aprile 2010


GotCha (detail) © cychochic.deviantart.com

GotCha (detail) © cychochic.deviantart.com

Uno dei miei più grandi difetti è che sono autoritaria, e quando dico una cosa non solo la porto avanti fino in fondo ma succede che anche gli altri si sentano in dovere di non contravvenire agli ordini impartiti. È straordinario…

È straordinario perché, alla fine, sono una persona estremamente fragile e, di questi ultimi tempi, neanche troppo decisa. Eppure nonostante tutto, trasmetto agli altri quella rigidità e quel rigore che – purtroppo! – mi sono propri e che non riesco ad abbandonare. Incredibile pesantezza di una maschera…

E così, quando mi propongo, o impogno, qualcosa posso stare certa che nessuno oserà contravvenire all’ordine impartito. Ricordo ancora un ex fidanzato succube al punto da non osare nemmeno esprimere le proprie preferenze…

Alle volte vorrei che qualcuno mi gridasse a muso duro che ho torto, che sto sbagliando e che non ha nessuna intenzione di sottostare alla mia volontà…

fairytale. © norynn.deviantart.com

fairytale. © norynn.deviantart.com

Potrei stare così per ore, senza sentire il bisogno di null’altro. Seduta a due passi dal mare, i piedi scalzi, il viso al sole, resto immobile e ascolto. I pensieri non si fermano, volano via… Vorrei stare così, affacciata sull’infinito, sino alla fine dei tempi. Mi sento come fossi in un NON-LUOGO: non esistono dolori, solo pace. E mi torna in mente il titolo bellissimo di un libro banalissimo: Vorrei che da qualche parte ci fosse qualcuno ad aspettarmi di Anna Gavalda e un pensiero arriva improvviso a pungermi un po’, lapidario e incisivo; e parafrasando quel titolo penso: «Vorrei che qualcuno intravedesse guardandomi la possibilità di un amore.» Smancerie di questi tempi!

E mi torna in mente una canzone, le sue parole, e penso che la cantante doveva trovarsi in una situazione come la mia quando l’ha scritta. Pensiero banale…

Jon Scissorhand © mysticalpotatohead.deviantart.com

Jon Scissorhand © mysticalpotatohead.deviantart.com

L’uomo perfetto, quello che tutte sogniamo, esiste davvero. E si trova qui nella città dove abito. E guarda caso, è anche il mio parrucchiere. Trentenne bello e affascinante, sguardo simpatico e indagatore, grande affabulatore e mago della bellezza femminile. Sfoggiando uno smalto e un rossetto rosso fragola, antidoto per le folate di malinconia, gli lascio carta bianca. Sa meglio di me quale taglio mi sta meglio e valorizza il mio viso. Parliamo di lavoro, di progetti, perché lui è uno di quegli uomini che non ha paura di parlare dei suoi limiti, delle sue debolezze, delle sue speranze. Il mio parrucchiere, a trentasei anni, ha un salone tutto suo, una squadra di parrucchieri che lavora per lui, una moglie che adora e che lo rende ancora più forte, due bimbi piccoli.

Mi ha sempre affascinato. Quanto è vero che dietro ogni grande uomo c’è una straordinaria donna! Lui parla, e a soli trentasei anni (cosa rara di questi giorni) è già un uomo. E parlando parlando, il mio parrucchiere, arriva al tasto dolente: «Ma tu, scusa se te lo chiedo, sei fidanzata?». E non contento aggiunge: «No perché sai, le donne in carrier…»

«Noooo! Per carità, non dirlo. Non chiamarmi così…» No, perché lo sanno tutti che poi le donne in carriera non le vuole nessuno. E poi cosa vuol dire donna in carriera? A me la carriera, la scalata al successo, lo stralavoro per un grado superiore non sono mai interessati. L’unica cosa alla quale miro e ho sempre mirato,è stata fare un lavoro che mi piacesse, che mi appassionasse.

«No, perché sai, lo vedo oggi e posso solo immaginarti, con un uomo forte accanto, cosa potresti diventare…»

Lui mi vede già, in questa sua proiezione della sua mente. Io non ci riesco.

Odio essere definita una donna in carriera!

Summer was gone © gpstrider.deviantart.com

Summer was gone (detail) © gpstrider.deviantart.com

E intanto il tempo passa, tutto cambia, nulla è più uguale a se stesso. Ciò che ieri conoscevo a menadito, oggi ha già mutato forma. Non resta neanche più la nostalgia. Anch’io sono cambiata. Cosa resta della me di ieri? Ancora non so rispondere… Eppure mi par di vedere una bimbetta con le code, gli occhioni spalancati per contemplare meglio questo mondo, le ginocchia sbucciate cadendo dal motorino del papà. Cosa resta di quella me? E ancora mi sembra di vedere una ragazzina introversa, eccessivamente sensibile, speranzosa di trovare sulla via il suo principe azzurro, quello che guardandola negli occhi avrebbe capito e avrebbe saputo… Cosa resta di quella me? E se cerco ancora scorgo la giovane donna aperta al mondo e all’amore, quella che credeva bastasse desiderarle intensamente, le cose, perché accadessero. Cosa resta di quella me?

Non so, forse nulla, forse tutto. O forse solo la memoria di colei che fui…

La cacciatrice di conchiglie © therealdollyfrikka.deviantart.com

La cacciatrice di conchiglie © therealdollyfrikka.deviantart.com

Bisogna in qualche modo reagire. Lo so. E trasformare la perdita in una nuova rinascita. Lo so. E sono anche consapevole che questo “momento di transizione” sarà per me l’inizio di una nuova vita. Per ora, però, sono ancora in fase di lutto.

Ho bisogno di uscire di casa. Anche perché quando ne hai bisogno le amiche scompaiono. E allora prendo le mie nuove scarpe da corsa, le infilo ai piedi, l’iPod in tasca e parto. La musica alta, le macchine sfrecciano, il sole picchia. Mezzogiorno non è di certo l’ora migliore per fare jogging. Ma corro. Continuo a correre. Costeggio un campo fiorito e penso che vorrei avere la mia macchina fotografica. Ma ultimamente non solo ho smesso di scrivere, ma ho smesso anche di fotografare. Ma corro. Corro ancora. Faccio il giro per passare dalla spiaggia, cerco un po’ di frescura nella pineta adiacente. Mi viene in mente quando da sdraiata fotografai la chioma di un pino. L’amico trovò l’idea geniale. Il fidanzato banale. Io vivevo, e crescevo. E cambiavo… Continuo a correre.

La pineta lascia spazio alla città e mi fermo. Torno indietro passando dalla spiaggia. Cammino sulla battigia. C’è un’altra musica che mi parla, ora. E spengo l’iPod. Magia del mare… Lo ascolto, e tutto mi pare piccolo, infimo, banale. Il mare è lì da sempre, ha raccolto tanti dolori, i miei compresi. Tolgo le scarpe e le calze, arrotolo i pantaloni e cammino con le gambe in acqua.

Sapevo che il momento sarebbe venuto per crescere. Lo aspettavo. E sapevo che per crescere avrei dovuto fare i conti col mio passato. Ma non pensavo certo che avrei perso tutto. Che avrei perso anche lui. Tra le mani ancora una volta null’altro che polvere.

Non si può più tornare indietro. Posso solo andare avanti.

Luccicano sotto il sole le conchiglie. Raccolgo veloce un occhio di Santa Lucia prima che le onde lo portino lontano. È rotto. “Fortunata a metà!”, mi dico. E vado avanti.

sitting, waiting, wishing © elviaje

sitting, waiting, wishing © elviaje

Sono sempre stata una persona dinamica e decisa. Fin troppo, suggerirebbero alcuni. Ho sempre avuto le idee chiare sulla mia vita, e desideri ben precisi.

Oggi, però, non so più dove sto andando. Ho perso tutte le mie certezze, le mie convinzioni, i miei affetti. Scorro le pagine del mio blog e ci trovo parole che suonano come un oracolo. Parlavo di altro, e già sentivo l’addio nell’aria. Ma di quale addio parlavo? Troppe rotture, tutte insieme. Tutte volute. Anche se alcune sono state più una scelta obbligata. E mi ritrovo senza i miei punti di riferimento. Mi dico che è questo a farmi star male, questo senso di disorientamento.

Dove mi trovo? Dove sono finiti tutti? Dove sto andando?

Non lo so, non lo so più. Eppure sorridevo, mi osservavo vivere, respiravo… ancora ricordo le parole affidate al blog. Quella sensazione di benessere. Dov’è finito quello stato d’animo? Dov’è finito quel mio io?

Oggi osservo il mondo che mi circonda con occhi sgranati, sguardo allibito. Non riconosco nulla, intorno a me. Non ho idea del cammino da intraprendere. E quella voce sulla quale avevo potuto contare anche nei momenti più bui pare diventata muta per sempre.

Per ora sto qui, seduta su questo marciapiede, a guardare la vita scorrere. Domani mi rimetterò in piedi.

Sono andata al cinema a vedere Happy Family di Gabriele Salvatores con due amiche. Il trailer faceva sperare un film spassosissimo, eppure…

Happy Family di Gabriele Salvatores

Happy Family di Gabriele Salvatores

Ezio – Fabio de Luigi – trentenne milanese ricco e annoiato con pretese da scrittore in erba, ha deciso di scrivere una nuova storia. Seduto davanti a uno schermo inizia a tratteggiare i profili dei suoi personaggi. Si tratta dei componenti di due famiglie milanesi, la prima emblema della Milano bene l’altra della Milano nazional-popolare. I loro figli appena sedicenni, Filippo e Marta, hanno deciso di sposarsi e di darne l’annuncio ufficiale ad una cena di famiglia.

Si intrufola in questa serata familiare l’alter ego di Ezio, invitato dalla madre di Filippo – Margherita Buy – che lo aveva mandato in ospedale dopo un incidente. La cena è il momento centrale del film perché non solo dà modo alle due famiglie di incontrarsi, ma anche perché fa nascere l’amore tra Ezio e la sorella di Filippo, Caterina; da l’occasione a Marta di lasciare Filippo perché innamorata di un altro; a quest’ultimo di scoprire un’importante verità; al padre di Filippo – Fabrizio Bentivoglio – malato di cancro, di instaurare con il padre di Marta – Diego Abatantuono – una bella amicizia che li porterà insieme a fare un viaggio in barca sino a Panama.

La storia si interrompe prematuramente quando lo scrittore, fuggendo le sue responsabilità, opta per un finale aperto. È allora che i suoi personaggi si ribellano, constringendo lo scrittore, dopo aver occupato il suo appartamento, a riprendere il suo lavoro portandolo questa volta a compimento.

Happy Family di Gabriele Salvatores

Happy Family di Gabriele Salvatores

Il film di Salvatores è divertente, le risate si scatenano a più riprese nella sala. Eppure non danno grande soddisfazione. La commedia, che evoca e cita altri grandi film come 8 e 1/2, i Tenembaum, I soliti sospetti, oppure il pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore, delude per trama e personaggi. I suoi protagonisti sono personificazioni vaghe e sbiadite, e la storia risulta banalizzata e stereotipata. La comicità del film è scatenata da gag facili e povere di vera ironia, affidata all’accoppiamento dei due cani o alla nonna che a causa dell’Alzheimer se ne va in giro chiedendo “Ma tu chi sei?”. E la risata che scatta in maniera quasi meccanica prende un gusto un po’ amaro perché dentro non lascia nulla.

Tra gli attori, Margherita Buy e Diego Abatantuono interpretano un po’ se stessi, ricalcando i ruoli del passato e perdendo così la loro identità. Fabrizio Bentivoglio, bellissimo e di gran classe, dà un colore malinconico al film, eppure non abbastanza intenso.

Restano tuttavia alcune scene da ricordare come la cena di famiglia che vede l’assenza di un capotavola ma il confronto alla pari tra le due famiglie; oppure la panoramica dell’appartamento dello scrittore che mostra gli elementi che lo hanno ispirato nella stesura della sua storia. I colori sono vividi e si ha l’impressione che le scene siano talvolta costruite su base cromatica: la scena dell’incidente è caratterizzata dalla predominanza del giallo; la sala da pranzo che ospita la cena come anche la camera da letto di Margherita Buy e Fabrizio Bentivoglio è interamente colorata con varie tonalità di rosso, etc. La colonna sonora, che ha come protagonisti Simon & Garfunkel con un disco bellissimo e straordinariamente evocativo che tuttavia non accompagna il film ma sembra seguirlo solo da lontano.

Una commedia che poteva essere travolgente e che invece si rivela facile e sottotono, lasciando gli spettatori un po’ delusi e con l’amaro in bocca allo scadere del novantesimo minuto.

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