Pioveva. A dispetto di questo mese di giugno e del caldo la pioggia scendeva pacata. Pioveva, mentre tornando a casa ripensavo alla giornata quasi finita. C’era un’atmosfera da film francese degli anni ’60: la città era avvolta in un bel blu cobalto, le luci dei lampioni quasi arancioni, il ticchettio del pianto delle nuvole.

«Pensate di andare a vivere insieme?»

La pioggia, ieri, ha accompagnato il mio solitario rientro a casa. Abbiamo chiacchierato del più e del meno, le raccontavo di quell’arrivederci costato tanta tristezza, di quell’amica venuta in città portando per me una canzone da pelle d’oca…

«Tengo razones, razones de sobra para pedirle al viento que vuelvas

aunque sea como una sombra

tengo razones, para no quererte olvidar

porque el trocito de felicidad fuiste tu quien me lo dio a probar.»

Chiacchieravo con la pioggia, mentre le poche persone rimaste ancora per strada sgattaiolavano dentro i portoni del centro storico per trovare un riparo familiare.

«Guarda come piove. Torna dentro…»

Pioveva. Mentre rientravo a casa con un unico pensiero per la testa, più che un pensiero il bisogno di trovare una soluzione. Perché vorrei, ma non posso. Chiedere non si può. Bisogna riflettere, riflettere bene. Perché un errore in certi casi lo si paga per tutta la vita. Sbagliare, anche solo il momento, stavolta non si può. Non si deve. E allora rifletto. Rifletto più forte. Rifletto ancora più intensamente.

«Prima, signora mia, ci si comprava il terreno,

poi si sistemava tutto, si costruiva la casa,

e in un paio d’anni era pronto.

Erano altri tempi, signora mia.

Questi giovani…»

Pioveva, ieri. Mentre rientravo a casa accompagnata da un arrovellante dubbio esistenziale.

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