riflessioni


carnaval @ kokeicha 2010

carnaval @ kokeicha 2010

La settimana scorsa ho smarrito per strada chissà dove il mio portachiavi. Certo non si tratta di un anello di diamente, ma era QUEL portachiavi acquistato inconsciamente due volte in un mercatino di Natale e che condividevo come portafortuna con mia sorella.

Lo scorso fine settimana ho smarrito la spilla che faceva da chiusura a uno dei miei maglioni preferiti; l’avevo acquistata a Parigi, cercandola in lungo e in largo per tanti negozi. Non si trattava certo di una spilla di grande valore, ma era sobria e perfetta per quel maglione, e per me.

Stamattina mi sono resa conto di non aver più nella mia libreria un libro al quale tenevo molto, soprattutto per questioni lavorative, che avevo quasi gelosamente messo da parte per tirarlo fuori nel momento in cui sarebbe servito. Ecco, il momento è arrivato ma il libro non si trova. Non c’è! Ho fatto mille volte il percorso dei dorsini della mia libreria, percorrendoli avanti e indietro, alla ricerca del titolo magico, eppure nulla. Non c’è.

Detesto prestare le mie cose, sono molto gelosa dei miei oggetti perché ognuno di essi rappresenta una storia, e non sono capace, lo ammetto, di rinunciarvi. Figurarsi quando si tratta di perdere un portafortuna, una spilla quasi decennale, un libro. Vado in crisi, e non c’è da andarne fiera, al pensiero che nulla in futuro potrà mai rimpiazzare ciò che è andato perduto… e solo mentre formulo questo pensiero, digitando sulla tastiera del mio ormai vecchio MacBook mi rendo conto che questo discorso ha radici lontane, radici che affondano nella mia infanzia, quando presto imparai che non c’è rimpiazzo possibile per ciò che si è perduto, perché certe cose non tornano. Punto e basta. Ma ne arrivano di nuove. Sorrido. E penso che sono cresciuta, malgrado il nodo allo stomaco…

Sono le 4:22 e io sono sveglia. E domani, ovvero oggi, devo uscire da casa alle 8:00 per andare al lavoro.

Sono le 4:22 e io sono sveglia. E vorrei tanto dare la colpa a quella stramaledetta zanzara che ha ronzato alle mie orecchie fino a un paio d’ore fa. Eppure neanche una volta uccisa quel ronzio ha smesso di fischiare alle mie orecchie.

Sarà che sono stanca, sarà che la tisana non ha ancora fatto effetto, ma sento che sto commettendo una volta di più lo stesso errore. Mi sento sbilanciata come se per l’ennesima volta, non paga delle lezioni che mi ha già dato la vita, stessi dando tutta me stessa e ricevendo in cambio niente. A me viene naturale dare senza pretendere di ricevere, ma questa è una grande stronzata.

Sono stanca di essere me.

Sono le 4:34, e sento ancora un fastidioso ronzio alle mie orecchie. Ma forse non è una stupida zanzara, forse è solo il riacutizzarsi di una stupida abitudine…

Per domani voglio una camicia da stronza, un paio di pantaloni da cinica e una giacca da fredda impassibile.

Pioveva. A dispetto di questo mese di giugno e del caldo la pioggia scendeva pacata. Pioveva, mentre tornando a casa ripensavo alla giornata quasi finita. C’era un’atmosfera da film francese degli anni ’60: la città era avvolta in un bel blu cobalto, le luci dei lampioni quasi arancioni, il ticchettio del pianto delle nuvole.

«Pensate di andare a vivere insieme?»

La pioggia, ieri, ha accompagnato il mio solitario rientro a casa. Abbiamo chiacchierato del più e del meno, le raccontavo di quell’arrivederci costato tanta tristezza, di quell’amica venuta in città portando per me una canzone da pelle d’oca…

«Tengo razones, razones de sobra para pedirle al viento que vuelvas

aunque sea como una sombra

tengo razones, para no quererte olvidar

porque el trocito de felicidad fuiste tu quien me lo dio a probar.»

Chiacchieravo con la pioggia, mentre le poche persone rimaste ancora per strada sgattaiolavano dentro i portoni del centro storico per trovare un riparo familiare.

«Guarda come piove. Torna dentro…»

Pioveva. Mentre rientravo a casa con un unico pensiero per la testa, più che un pensiero il bisogno di trovare una soluzione. Perché vorrei, ma non posso. Chiedere non si può. Bisogna riflettere, riflettere bene. Perché un errore in certi casi lo si paga per tutta la vita. Sbagliare, anche solo il momento, stavolta non si può. Non si deve. E allora rifletto. Rifletto più forte. Rifletto ancora più intensamente.

«Prima, signora mia, ci si comprava il terreno,

poi si sistemava tutto, si costruiva la casa,

e in un paio d’anni era pronto.

Erano altri tempi, signora mia.

Questi giovani…»

Pioveva, ieri. Mentre rientravo a casa accompagnata da un arrovellante dubbio esistenziale.

Sentirsi protesi verso il futuro è una sensazione alquanto strana per una che, in genere, sta aggrappata al passato incapace di lasciarlo andare. Un futuro che vedo, quasi fosse presente. Lo vedo nitido davanti ai miei occhi, e questo presente che scorre veloce sembra già così passato. Queste mura sono quelle di una casa che non è più la mia, queste finestre mi mostrano il ricordo di un panorama ormai estinto. Ora abito luoghi della mente, ologrammi del cuore, un divenire ormai divenuto. Così percepisco questo futuro che è già presente.

 

Goodbye my lover by © http://korny-pnk.deviantart.com

Goodbye my lover by © http://korny-pnk.deviantart.com

Dal finestrino del treno vedo due ragazzi baciarsi, intensamente, stretti stretti… non si vorrebbero separare. Lei gli accarezza il viso, forse asciugandogli due lacrime ribelli, forse solo un po’ di fumo negli occhi. Si tengono per mano cercando di ritardare il momento dell’addio, o forse solo dell’arrivederci. E già la voce metallica annuncia la partenza immediata. Li osservo dal mio finestrino, senza poter fare a meno di sorridere dolcemente. Lei stringe qualcosa, gli soffia un bacio sul palmo della mano, sorride, ma le gambe ballano nervose.  E i piedi non riescono a stare fermi. Avranno diciasette anni, probabilmente pensano che questo sia l’amore della loro vita… solo il tempo potrà dirlo. E improvvisamente mi sento vecchia, piena di nostalgia per i miei diciasette anni, di tenerezza per questi ragazzi, che mi ricordano tante cose, vecchie e nuove. Poco più di una settimana fa ero io a stringere una mano, e ad accarezzare un volto per un arrivederci. Strana la vita, alle volte si ripete sempre uguale a sé stessa. Una scena già vissuta mille volte, mille volte in maniera diversa. Tra lacrime e singhiozzi quando ero ragazzina, in maniera composta con i miei trent’anni… e con il cuore carico della speranza di un prossimo ritrovarsi.

 

Nocturne © kokeicha 2010

Nocturne © kokeicha 2010

Affacciata alla finestra, guardo un magnifico panorama notturno. Qualche nota mi porta lontana, lontana nel tempo e nello spazio…

Rhapsody in Blue di Gershwin

L’occhiolino di un’amica. Un panino in riva al mare. Una poesia declamata in pubblico. Un biglietto aereo verso l’ignoto. Le risate con gli amici. Il profumo dei biscotti appena tolti dal forno. Un bacio inaspettato. Una stella cadente. Un cesto di fichi. Una chiacchierata sul cinema. Un ti amo speciale. Un tè profumato. Una fiera cittadina. La telefonata di un’amica. Un libro in prestito. Un pranzo di famiglia. Una canzone rock. Una passeggiata notturna a piedi nudi sulla sabbia. Un bicchiere di vino bianco in ristorante. Una gita al mare. Le fusa di un gatto. Una passeggiata a Venezia. Un biglietto d’amore. L’incontro con uno scrittore. Una pizza con gli amiche. Una corsa con il cane. Un film visto in due. L’arrivederci in aeroporto. Il ritrovarsi in aeroporto. Uno sguardo intenso. La complicità di una madre. L’abbraccio di una bimba. Le coccole in pineta. I racconti degli amici. Un anello al dito. Un vasetto di pesto fatto in casa. Un costume giallo.

*

Moments di Will Hoffman (Radiolab)

*

Perché la vità non è altro che l’insieme di momenti più o meno speciali che, come tante istantanee impresse nella nostra memoria, scoloriscono col passare del tempo…

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