XXI secolo


Per chi lo avesse perso ieri sera ecco una parte dell’intervento di Benigni… Dedica canora al presidente del partito dell’amore…

 

Io sto con Saviano!

Elio Germano

Elio Germano

Oggi voglio scrivere un post veloce, ma molto importante. Al Festival di Cannes, quest’anno, Elio Germano ha vinto il premio, insieme a Xavier Bardem, come miglior attore protagonista con il film di Luchetti “La nostra vita”.

Al momento della premiazione, ha voluto dedicare il premio agli italiani e io, da italiana, vorrei dedicargli questo mio post. Con quelle parole, per me, si è dimostrato un vero eroe.

Ecco il video per chi avesse perso la censura del TG1 e/o lo sbrigativo riassunto fattone da Attilio Romita.

“La Nostra Vita” un film di Daniele Luchetti

“La Nostra Vita” un film di Daniele Luchetti

É vergognoso che nel 2010, il tanto atteso XXI secolo ci si debba scontrare con situazioni del genere. Fare i conti con realtà che confinano una parte della popolazione di questo mondo ai limiti della democrazia, della libertà, in un limbo dove la Carta per i diritti dell’uomo sembra non contare nulla.

È vergognoso che si lasci paesi andare alla deriva schiacciato dalla tirannia di folli energumeni che distruggono la dignità di una popolazione con la repressione violenta senza che nessun paese del mondo civilizzato muova un dito per fermarli. Cuba vive l’incubo castrista da troppo tempo. Cinquantuno anni sono passati, milioni di persone esiliate, innumerevoli i desaparecidos.

Oggi, quelle che chiamano le “Damas de Blanco” Le Signore in Bianco, mogli dei detenuti politici cubani, che sfilano ogni domenica dalla casa di Laura Pollan verso la chiesa, vestite di bianco, spesso con le mani alzate perché non le si possa incolpare di aver manifestato con violenza, sono state aggredite da rappresentanti del governo.

Oggi, mentre queste signore della pace, che non fanno altro che chiedere giustizia, per i loro mariti vittime in carcere di torture e sevizie, sono state portate via dalle forze dell’ordine.

Non si può continuare a guardare senza fare nulla.

Bisogna alzare la voce.

La Dichiarazione Universale per i Diritti Umani deve essere UNIVERSALE, se tale pretende di essere, anche nella realtà e non solo nel nome.

*

Sulla figura di Fidel Castro, leggete i libri della scrittrice e sceneggiatrice cubana Zoé VALDES, e in particolare La Ficciòn Fidel, del quale non esiste una traduzione italiana. Qui trovate il suo blog.

In questi giorni, in Francia, televisioni, radio e giornali stanno commentando il trailer di un documentario shock che dovrebbe andare in onda, sul canale France2, durante la prima serata del 17 marzo. Il progetto? Tentare di comprendere l’influenza che il potere della televisione può esercitare sul singolo individuo.

Il format della trasmissione, che si chiama Zone XtrêmeJeu de la mort (Zone Estrema – Il Gioco della morte), segue la falsa riga dei giochi televisivi con tanto di conduttrice, concorrenti, pubblico e domande alle quali rispondere. Le regole del gioco? I concorrenti devono rispondere ai quesiti posti dalla conduttrice consapevoli che ad ogni risposta sbagliata  seguirà l’invio di una scarica elettrica ad un concorrente chiuso in una sorta di cabina e seduto su una sedia elettrica. Le scariche diventano più forti man mano che il gioco va avanti, sino ad un massimo di 480 volt.

La “vittima” in realtà è un attore che finge il supplizio. Ma questo i concorrenti non lo sanno.

Il documentario-denuncia ha mostrato che più dell’ 80% dei concorrenti, di fronte alle pressioni della conduttrice, all’incitamento del pubblico e alla suggestione delle telecamere, sono arrivati fino alla conclusione del gioco infliggendo la massima pena. Tra coloro che sentendo le grida della “vittima” hanno mostrato esitazione la maggior parte ha ceduto all’incitamento dei presenti. Solo una minima percentuale si è ribellata rifiutandosi di andare fino alla fine.

Alla fine della registrazione della finta puntata pilota, i partecipanti sono stati messi a conoscenza del reale scopo del “gioco” e sono stati messi sotto la tutele di un’equipe di psicologi per qualche ora.

Il trailer di questo documentario tenta di ripercorrere le tracce dell’esperimento Milgram che negli anni ’60 cercò di studiare il comportamento dei singoli individui confrontati all’autorità, sostituita in questo caso dalla televisione. Nelle intenzoni dell’autore, Christphe Nick, c’è la voltontà di denunciare il lato pericoloso del potere televisivo che può spingere persone normali a commettere atti di tortura (o almeno creduti tali) pur non avendo mai pensato di poter arrivare a simili aberrazioni. Perché seppur nella finzione, mella menzogna del “gioco”, la maggior parte dei partecipanti è andata avanti senza ribellarsi alle regole imposte dal “potere”.

Christophe Nick afferma che tale esperimento è volto a mostrare come la televisione possa far commettere un qualsiasi atto ad una qualsiasi persona che, sedotta dalla  speranza di una fama futura e ammaliata dal potere, abbandona spontaneamente il proprio libero arbitrio.

Penso che esperimenti di questo genere non solo facciano riflettere sul passato – la prima cosa che viene in mente è l’atteggiamento delle persone in epoca fasci-nazista – ma anche sul futuro, sul potere che la televisione ha avuto in Italia in questi ultimi anni, sull’influenza che ha avuto e continua ad avere sulla società.

Possibile che, nella speranza di poche briciole di fama e potere, l’essere umano quasi non esiti a trasformarsi in boia? Possibile che si permetta alla televisione di diventare uno strumento tanto potente? Cosa succederebbe se una mente disturbata usasse tale mezzo per fare del popolo una massa malleabile e influenzabile, assecondando le proprie mire egemoniche senza temere di incorrere nella minima opposizione?


È ridicola, l’Italia, agli occhi di molti, troppi. Gli italiani stringono la cinta, e vanno avanti. Nonostante tutto continuano, e vanno avanti. Non c’è alternativa, solo turarsi il naso di fronte a questi olezzi politici che stanno impestando l’aria nazionale da troppo tempo. Ho nostalgia dell’Italia dei miei genitori. Non c’ero, ma ne ho comunque nostalgia.

È ridicola, l’Italia, nei suoi pasticci burocratico-amministrativi, nei quali sono rimasti invischiati anche i politici di oggi. Ride, kokeicha, perché per una volta non è il cittadino a restare invischiato nelle trame collose e viscide della burocrazia, fatta per scoraggiare i molti e avvantaggiare i pochi.

E così, a proposito del ridicolo caso delle Liste regionali, quando a destra proclamano la cospirazione comunista e a sinistra si inneggia al sano spirito di competizione, mi viene da ridere. Perché per una volta non siamo noi, a lottare contro il malfunzionamento amministrativo. Non siamo noi a rimanere tagliati fuori a causa del non rispetto della tempistica burocratica.

E la popolazione di internet risopnde con un video esilarante, dedicato alla Polverini, dove la verità dell’Italia di oggi è cantata en passant: “E forza semo abituati… daje se po’ fà!”.

Forse… o forse no!

Ricevimento regale, vestito bianco a meringa, calici di champagne e damigelle d’onore vestite di lilla rappresentano ancora, in questo XXI secolo, il sogno di noi donne moderne?

The Elegance Of Innocence (Detail) © http://insaneone.deviantart.com

The Elegance Of Innocence (Detail) © http://insaneone.deviantart.com

Guardando una di quelle commedie americane dove le storie d’amore si concludono per forza di cose con un bel matrimonio e tanto di ricorso al fiabesco “e vissero tutti felici e contenti” mi ritrovo a pensare come questo scenario ormai diventato popolar-tradizionale non faccia parte delle mie proiezioni future.

Figlia degli anni ’70, intenta a costruire non una carriera ma il lavoro dei miei sogni, alla ricerca dell’amore, quello che dura per tutta la vita proprio come succedeva ai nostri genitori, sogno tante cose, ma non il matrimonio in bianco. Sogno una casa mia, una famiglia, delle figlie, un lavoro che corrisponda alle mie passioni, ma non il vestito bianco, né le damigelle, né il ricevimento principesco. Non mi fa sognare il velo da sposa, né la musica nuziale, né l’orchestra che suona…

Era solo il 2003 quando ancora sospiravo guardando mia cugina scegliere il suo abito da sposa. Avevo già scelto il mio, tra quelli visti. Oggi non mi fa più sognare. Mi fa solo tristezza per l’ipocrisia che si porta dietro. Sposi atei che scelgono il matrimonio in chiesa, preti che predicano bene e razzolano male, invitati che non si rivedranno più per il resto della vita, altri che non si era mai visti prima, parenti che non si sopportano, e la separazione che già incombe in agguato. Il tutto accompagnato da sorrisi a profusione.

Alle volte penso che l’unico matrimonio possibile, per me, potrebbe essere in jeans e con al massimo 10 invitati, senza ricevimento, senza liste nozze… senza matrimonio, insomma.

Forse solo una margherita bianca…

Raramente capita di vagare per la televisione e di trovare qualcosa di interessante. Eppure questa sera ho avuto il piacere di scoprire qualcosa di straordinario: una voce, uno stile, una  di quelle donne moderne che spiccano per la bravura. Una giovane cantante inglese capace di rievoca e ricreare le atmosfere musicali degli anni ’50-’60 in maniera del tutto personale, mostrando un caratterino che non lascia indifferenti.

Il suo nome? VV Brown.

Impossibile resistere al ritmo e non lasciarsi andare a qualche passo di twist.

Ecco il suo singolo, “Leave”:

E questo il suo sito.

V.V. Brown

V.V. Brown

Take My Hand © A-y-k-u-t

Take My Hand © A-y-k-u-t

Ma l’amore, quello predestinato, quello dell’ “insieme nonostante tutto”, esiste davvero? O in tempi moderni l’amore è subordinato ad una sorta di narcisistica scelta di  non-coinvolgimento che, passando sugli altri come un carro armato, ha l’unico scopo di preservare se stesso?

È questa la domanda che mi pongo. Perché ieri sera guardavo, seduta tranquilla sul divano di casa, Slumdog Millionaire. E perché una volta finito il film mi sono trovata a consolare un’amica disperata perché si era sentita etichettare dall’uomo che corteggia da un anno come passatempo piacevole, al pari del cibo, del calcio, delle partite di scacchi.

Dov’è l’amore di cui narrano i vati contemporanei? Esiste davvero? O è solo una chimera? Certo tali destini straordinari non sono certo per Signor Nessuno però, negli amori che mi circondado, in quelli avuti, in quelli desiderati, non ho mai trovato questa straordinario superamento di sè, ma solo narcisismo, egocentrismo e sadismo, proprio come nei racconti di Tanizaki.

Ma preservare la propria solitudine è davvero l’unico modo per raggiungere la felicità? Possibile che l’offrirsi non sia più contemplato da queste società moderne? Possibile che non si sia più disposti a dare, comprendere e condividere? Le parole onestà, integrità e rispetto hanno ancora un significato?

Mi viene da pensare che l’uomo moderno sia incapace di quegli slanci che resero celebri gli Antichi. Nessuno sembra più riuscire ad andare al di là del proprio naso timoroso di sbattere la fronte contro l’altro, e di accorgersi di non essere il solo principe in questo mondo di ciechi.

Light is On © by sharo

Light is On © by sharo

Mi ero ripromessa di lasciare la politica fuori da questo blog, e cercherò di attenermi al mio precetto. Però di questi tempi, con le polemiche che imperversano all’interno del nostro paese, sento la necessità di precisare una cosa:

Io sono un cervello pensante.

Penso che non mi basta che qualcuno mi dica qualcosa per crederla reale. Penso che la realtà non sia aleatoria. Penso che si stia travalicando il limite della decenza, dell’etica e del rispetto. Perciò, oggi, mi va di ricordare ai cantori delle false verità che la loro voce non basta a rendere reale l’immaginario, perché, come tanti italiani, io sono un cervello pensante.

Acces refuse © *tomsawyer121

Acces refuse © *tomsawyer121

Triste, diciamocelo, triste e illusorio. Ecco come, da vecchia trentenne, considero Facebook. Oggi firmo la mia dichiarazione di guerra. Una guerra idealista, utopica, un po’ retrò eppure concedetemi lo sfogo, impopolare di certo, ma necessario. E mentre mi arrabatto, giostrando con equilibri precari come un esperto circense, per mantenere quelle poche valide amicizie e simpatiche e annose conoscenze che possono riassumersi sulle dita della mano (forse due o anche tre mani), il mondo intero sembra mettere in bella mostra, ostentandole fieramente, liste, ma che dico schiere, squadriglie composte da centinaia e centinaia di amici.

Tutte le amiche ormai sono su quella piattaforma che familiarmente tutti (eccetto me e qualche altro atipico cittadino del web) chiamano FB. Dicono: “Per tenersi in contatto. Sai, non sempre è facile…” E così facendo mi mandano inviti che si accumulano nella casella di posta. Amiche di sempre, amici ormai perduti, per sino vecchi fidanzati che presi dello slancio del momento hanno voluto inserire anche me nella lista. Perché oggi non si perde tempo a chiedere e dare notizie per telefono o per mail, ma le si leggono distrattamente sui profili FB tra una pausa pranzo e l’altra. Perché, come mi disse una ex-carissima-amica “Io non mando email a nessuno!”. Figurarsi una telefonata!

Allora, confesso, che l’idea che amici così possano sfrugugliare nel mio privato giusto per curiosare nella quotidiana banalità della vita altrui un po’ come si accende la televisione per guardare il Grande fratello proprio non mi interessa. Alle amiche che aspettano di vedermi on-line su MSN per sapere come sto ma che non ci pensano nemmeno a mandarmi un’email o a fare una telefonata dico “No, grazie! L’amicizia di consumo non mi interessa”. Perché ormai siamo arrivati a questo.

Aborro Facebook, con il consumismo relazionale che si porta dietro. Ma perdono quelle amiche che pur non avendomi nella lunga lista di friends mi chiamano per chiedermi “E tu come stai?”.

Quindi scusate, ma alla domanda “Facebook?” non posso che rispondere “No, grazie!”.

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