Davanti alla tv mi capita di finire sulla replica di una invasiva e barbarica trasmissione condotta da una giornalista che con gli anni si fa sempre meno dura e sempre più glamour. Scopro che l’ospite in collegamento è una delle voci femminili italiane più sublimi dopo quella di Mina. Sorrido. Strana coincidenza! Sorrido. Perché da qualche mese a questa parte le persone che incontro – a partire dagli amici fino a perfetti sconosciuti incontrati per caso su un treno o nel salone del parrucchiere – interrompono i nostri scambi di opinioni per dirmi: “Ma lo sai chi mi ricordi? Ecco, sì, a chi somigli? Sicuramente te l’avranno già detto, ma somigli a X”.

Pare, così dicono, e ormai non posso neanche far finta che siano pochi, che io somigli a questa brava e bella cantante italiana. E ritrovarmela davanti in tv mi incuriosisce, quasi volessi scoprire cosa dice di me questo mio celebre doppio. Al di là degli scambi di battute, di considerazioni più o meno interessanti, simpatiche e leggere come si addice alla tv, ecco viene fuori che al di là di tutti questi fronzoli, questa brava e bella cantante raccontando di sé parli di me più di quanto non mi sarei aspettata. E l’analisi critica che ne fa l’intellettuale di servizio mi lascia basita. Sorrido. Si parla di perfezione, di ansia, di nudità, di qualcosa che va dritto al sodo.

Sorrido. Pare che l’intellettuale di servizio stesse parlando della bella e brava cantante. Pare.

summer 2010 © kokeicha

summer 2010 © kokeicha

È che alle volte uno si dimentica…

Vuoi per colpa del freddo polare che sta “romanticamente” imbiancando l’Italia in lungo e in largo, vuoi per quel pullman che doveva portarmi via e che non è partito a causa della neve, vuoi per la mia spilla parigina persa per strada chissà dove, vuoi perché sono un leone nato in pieno agosto e detesto il freddo inverno, vuoi per gli affetti sempre lontani, per il lavoro che in tempo di crisi zoppica in modo sempre più vistoso…

Insomma, alle volte uno si dimentica. Si dimentica che l’inverno lascia in fretta il posto a una tiepida e colorata primavera, che il sorriso degli amici è sempre lì pronto ad abbracciarci, che ci aspettano mani grandi e dolci, che col freddo il profumo dei biscotti che cuociono nel forno sembra conciliarci col mondo intero. Insomma, capita alle volte che uno si dimentichi…

Difficile in genere farmi restare troppo a ungo in silenzio, ma ci sono momenti in cui c’è bisogno di attraversare un letargo prima di risvegliarsi ancora. Si perdono le parole, svaniscono risucchiate dai libri che si leggono, e non ne rimangono di proprie. Svaniscono i penieri, restano quelli strettamente indispensabili alla sopravvivenza. Non si ha più nulla da dire, a nessuno, neanche a se stessi. Passa anche la voglia di comunicare per immagini, la voglia di scattare un’altra istantanea. Si vive, ma non si ha la forza di fare di più.

Ma questo pomeriggio ho avuto voglia di preparare una torta, un plum cake con pepite di cioccolato. E proprio in questi giorni di gelo, freddo e neve, qualcosa dentro forse comincia a sciogliersi. E intanto me ne sto davanti al caminetto, a leggere Le affinità elettive di Goethe.

Tempo di coccole © kokeicha 2012

 

 

Ho voglia di far volare un aquilone, di veder sbocciare un fiore, di sentire il canto degli uccelli al mattino, di sentire il profumo dei gerani, di ascoltare le cicale cantare…

Vuoi star zitta per favore di Raymon Carver (Einaudi)

Vuoi star zitta per favore di Raymon Carver (Einaudi)

Ho letto un libro, questo fine settimana, preso in prestito dalla Biblioteca comunale di fianco a casa. L’ho preso con l’idea di iniziare a colmare una lacuna, perché io, come lettrice, anche se piuttosto vorace, mi rendo conto di non avere per nulla familiarità con la letteratura americana. E così scelgo un autore che ultimamente mi è capitato di sentir nominare più volte, Raymon Carver, e scelgo una delle sue raccolte di racconti, genere che adoro, dal titolo provocante: Vuoi star zitta per favore. E mi sembra già di percepire già dentro questo titolo il perché della mia lontananza da questa generazione di scrittori. E invece Carver si rivela una strana scoperta, fatta di colpi di scena e di cose che non mi aspetto.

Vuoi star zitta per favore mette insieme una serie di racconti brevi, talvolta brevissimi, nei quali lo scrittore si diverte a dipingere l’America in tutte le sue svariate ipocrisie quotidiane. Disegna incomprensioni, rotture, menzogne, senza caricare questi racconti di teatralità. Non si tratta dei grandi drammi esistenziali, che Carver ci racconta. Ma di tutte quelle piccole bugie, finzioni, falsità che l’uomo continua a ripetere, giorno dopo giorno, mettendo in scena la fondamentale e irrisolvibile incomprensione tra esseri umani. Perché dietro la maschera, si tenta di nascondere non solo noi stessi, ma persino quelle che sono le radici del nostro rapporto con gli altri.

I racconti di Carver sono fatti per spiazzare quel lettore che sia abituato a trovare nella conclusione una morale, una catarsi, un dipanarsi della situazione narrata. Perché ogni conclusione dovrebbe portarci a capire, spiegarci, farci intravedere… Lo scrittore americano, invece, si diverte a fotografare una situazione, senza perdere tempo in spiegazioni inutili e superflue, senza volerci per forza trasmettere un messaggio. Trasforma la sua scrittura in fotografia, e questi racconti sembrano più che altri una collezione di vechie polaroid ingiallite. Click, click, un scatto dopo l’altro Raymond Carver fotografa l’America, e fissandola in questo modo sulla carta, permette al dettaglio di rivelarci le piccole crepe che costellano i rapporti tra gli uomini e donne, genitori e figli, vicini di casa, etc. Inizia così il carosello di risse tra genitori, confessioni di tradimenti, conversazioni telefoniche tra sconosciuti, dimostrazioni di rapprensentanti di aspirapolvere, pettegolezzi da postino, visite di benvenuto, e ancora tanti altri piccoli e minuziosi quadretti di quell’America che conosciamo per averla, qualche decennio fa, trasformata in un sogno più o meno raggiungibile. Carver si allontana decisamente dall’America del sogno, per farci intravedere un universo di periferia, popolato da tante crepe e altrettante ombre. Ricorda per certi versi i quadri del pittore americano Edward Hopper: entrambi hanno dipinto esseri umani intenti in azioni della vita quotidiana apparentemente banali, eppure intrisi di una profonda solitudine.

A lettura ultimata capisco perché queste siano letture un po’ più “maschili” se mi passate questa generalizzazione. Manca tutta quell’introspezione che piace tanto all’universo femminile. Qualcuno, a leggere questi racconti che risalgono nella loro versione originale al 1976, potrebbe annoiarsi, incapace di cogliere il valore di una narrazione che non tenta di spiegare, di insegnare, di edificare. La realtà, in quella prima metà degli anni ’70, negli Stati Uniti, almeno quella vista con gli occhi di Raymond Carver, era così. Punto e basta.

Una lettura consigliabile a chi vuole tuffarsi in un mondo diverso e sconosciuto senza per forza voler vivere tutta l’avventura nei panni del protagonista. I racconti di Carver sono più adatti a un lettore-spia, quello che sbircia di nascosto dalla serratura dell’armadio dove è nascosto per vedere cosa succede altrove. Per la lettrice che sono, Raymond Carver è di sicuro un’ottima scoperta.

©kokeicha

Edward Hopper © Room in New York

Edward Hopper © Room in New York

Edizioni disponibili:

Raymond Carver, Vuoi star zitta per favore, Einaudi, 2009, 17€.

Raymond Carver, Vuoi star zitta per favore, Minimum fax, 2005, 13€.

 

È venerdì, giubilo immenso. Finalmente due giorni per riposare, e fare tutto ciò che si vuole, compreso oziare. E così, uscita dall’ufficio, passo nella biblioteca accanto a casa a prendere un libro, poi un’ora di rassodamento in vista dell’estate, poi dal signore qua sotto che ha un negozietto di generi alimentari.

E mi viene da sorridere, ripensando a questo negoziante di altri tempi, in piedi ancora oggi malgrado i tanti supermercati. Ha un po’ di tutto, diciamo tutto l’essenziale per i momenti di emergenza. E la mia emergenza, questo pomeriggio si chiamava pane. Ha prezzi carissimi, e quando entri ti guarda sornione, sempre però afflitto dal fatto che tu abbia comprato così poco, che tu prenda una pagnotta oppure formaggi, frutta, verdura, uova, acqua, etc. Sempre un po’ affranto, intristito, una nota di disappunto nei suoi occhi. Eppure nonostante tutto mi è simpatico. Se ne sta lì, a gestire quei pochi clienti giornalieri, tutti presi dalle urgenze della giornata, pronti a farsi spennare. Ieri con quello che ho speso da lui per comprare due bottiglie di acqua, al supermercato ne avrei prese 10 e mezza.

Il pane, stasera, me lo sono mangiata con gusto. Quasi assaporando quella morbidezza sopraffina, quellaparte croccante, quel profumo ancora intatto. Quello che è rimasto poi l’ho conservato in freezer, per non dover poi tornare domani a farmi spennare di nuovo. Aspetto almeno fino alla prossima settimana prima di tornarci.

Sono le 4:22 e io sono sveglia. E domani, ovvero oggi, devo uscire da casa alle 8:00 per andare al lavoro.

Sono le 4:22 e io sono sveglia. E vorrei tanto dare la colpa a quella stramaledetta zanzara che ha ronzato alle mie orecchie fino a un paio d’ore fa. Eppure neanche una volta uccisa quel ronzio ha smesso di fischiare alle mie orecchie.

Sarà che sono stanca, sarà che la tisana non ha ancora fatto effetto, ma sento che sto commettendo una volta di più lo stesso errore. Mi sento sbilanciata come se per l’ennesima volta, non paga delle lezioni che mi ha già dato la vita, stessi dando tutta me stessa e ricevendo in cambio niente. A me viene naturale dare senza pretendere di ricevere, ma questa è una grande stronzata.

Sono stanca di essere me.

Sono le 4:34, e sento ancora un fastidioso ronzio alle mie orecchie. Ma forse non è una stupida zanzara, forse è solo il riacutizzarsi di una stupida abitudine…

Per domani voglio una camicia da stronza, un paio di pantaloni da cinica e una giacca da fredda impassibile.