Travels © renegade-of-funk82

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Partire, ultimamente, è sempre un po’ come tornare. Che sia in una direzione o nell’altra. Un tornare a casa, comunque.

Ma questa volta il mio rientro preannuncia un qualcosa di diverso: un nuovo trasloco. Un rientro temporaneo, prima di trovare una nuova dimensione, in una nuova città, con un nuovo lavoro e una nuova casa. Ci sarà una nuova quotidianità da reinventare e nuovi spazi di cui appropriarsi. Spazi cittadini che tendono all’infinito specchiandosi sulle onde del mare.

E così, per ora, resto in attesa. Aspetto che tutto si concretizzi, fingendo scetticismo e nonchalance per non pensarci troppo.

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Specchio specchio delle mie brame… chi è la più bella del reame?

No, no, no, c’è un problema. Non è questa la domanda che porrei allo specchio magico questa notte. Per nulla! Perché tra le mie brame, tra i miei desideri più intensi, ce n’è uno che non riguarda la bellezza, né i sentimenti. Ma piuttosto un progetto da costruire con gli anni. Forse da realizzare quando sarò vecchia. Dopo che sarò diventata ricca e che avrò aggiunto alla mia ricchezza quella di un marito facoltoso. Oppure da realizzare nella prossima vita. O nella prossima ancora. Chissà!

C’è qualcosa che mi piacerebbe avere. Qualcosa che risuona del canto delle cicale, che profuma di erbe fresche e dove in sottofondo rieccheggia una musica spagnoleggiante.

Vorrei una casa in stile coloniale messicano. Di quelle con il patio sul retro, con la fontana al centro del giardino, il porticato fiorito, dove i colori hanno le sfumature della terra. Legni massicci, tende rosso intenso, gerani profumati ai balconi delle finestre. Un’amaca che dondola tra gli alberi, sombreri appesi alle pareti, soffitti attraversati da travi di legno. Una casa chiassosa, abitata da una famiglia numerosa.

Specchio specchio del mio reame, avrò mai la casa delle mie brame?

Ma dormo già, e questo non è che un sogno…

Solo un sogno...

Solo un sogno...

Estate 1998. Ero una ragazza qualunque che si lasciava alle spalle, quell’anno, l’esame di maturità, gli anni di liceo, compagni di studi e risate che raramente avrei rivisto in seguito. Dinnanzi, mi attendeva il futuro e la scelta di un percorso di studi che avrebbe segnato poi il mio percorso di vita.

Divisa tra le scienze esatte e quelle umane, portata per la matematica e appassionata di letteratura, non avevo dalla mia una propensione consigliera che potesse suggerirmi quale strada intraprendere.

Alla fine dell’estate, tra polemiche e scontentezza generale, scelsi di iscrivermi in lingue. Nessuno sembrava esserne contento, sprecavo i miei talenti in una facoltà per “perdigiorno”. Non so perché scelsi lingue, piuttosto che matematica, o scienze naturali. Probabilmente, se ci fosse stata, mi sarei iscritta in scienze della comunicazione per diventare giornalista. Ma non c’era, e partire era fuor di questione.

Sono passati undici anni, da allora, ancora non so perché tra le tante opzioni ho scelto la facoltà di lingue. Nel frattempo mi sono laureata, trasferita, specializzata, fidanzata e sfidanzata, ho viaggiato, ho incontrato il mondo intero in una città. E quando torno indietro, a quell’estate 1998, penso che forse è vero che nulla avviene per caso, e che quella scelta passata e inconsapevole mi sembra dettata da un’esigenza presente.

Sicuramente le scelte di ieri influenzano il nostro presente quanto il nostro futuro, ma quando ripenso a quella decisione presa forse anche alla leggera mi chiedo se il Caso, in quel momento, stesse in qualche modo guidando i miei passi già sapendo che in futuro…