Jorge Amado

Jorge Amado

Di solito, i libri, li divoro nell’ardore del momento. Letture più o meno compulsive, intense, entusiaste. C’è un libro, nella mia carriera di lettrice, uno solo, che mi ha accompagnato per ben quattro anni, prima nei caldi mesi estivi, poi durant gli inverni, per arrivare al capolinea nel febbraio 2010. Si tratta del romanzo Gabriella garofano e cannella di Jorge Amado.

Un capitolo dopo l’altro, Jorge Amado racconta quel Brasile fatto di fazendeiros e banditi, armatori e prostitue. Rievoca musiche, profumi, sapori, colori. Tanti i protagonisti, e diverse le storie che si intrecciano tra le pagine di questo romanzo. Storie di passioni, gelosie, vendette e affari sono raccontate dallo scrittore brasiliano con semplicità.

Jorge Amado “Gabrielle garofano e cannella”

Jorge Amado “Gabriella garofano e cannella”

L’amore che mette nella creazione del personaggio di Gabriella è palpabile. Mulatta, sinuosa, desiderata da tutti, Gabriella lavora come cuoca nel bar dell’arabo Nacib che di lei si innamora sino a volerne fare una sposa rispettabile. Ma lo spirito libero e selvaggio di Gabriella, tenuto al guinzaglio per amore di Nacib nel matrimonio, porterà la sensuale mulatta a sentirsi sempre più in gabbia e sempre meno libera come quei piedi, abituati a camminare scalzi, stretti e avviliti in scarpette eleganti.

Amado ci mostra il Brasile, regalandoci un’intimità impensata e insperata con luoghi, persone, profumi e tradizioni lontani dalla nostra realtà, e mostrandoci come gli schemi e le regole portino spesso alla rovina delle cose più belle.

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Ci sono certi fiori che marciscono dentro un portafiori.

Jorge Amado, “Gabriella garofano e cannella”

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Edizioni disponibili:

• Jorge Amado, Gabriella garofano e cannella, Einaudi, 12€.

• Jorge Amado, Gabriella garofano e cannella, Mondadori, 9,40 €.

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by kokeicha

Junichiro Tanizaki

Junichiro Tanizaki

Tra i volumetti divorati durante queste vacanze di Natale c’è Due amori crudeli di Junichiro Tanizaki. Una vecchia edizione della Bompiani che odora di polvere e chiuso, comprata un paio d’anni fa nella libreria dell’usato della mia città.

Junichiro Tanizaki è uno dei miei scrittori preferiti. Romanziere di spicco della letteratura giapponese della prima metà del ‘900, è autore di tanti romanzi celebri come Neve sottile, La chiave e Diario di un vecchio pazzo. Ma in Due amori crudeli ritroviamo due racconti: “La storia di Shunkin” e “I canneti”.

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Due amori crudeli di Junichiro Tanizaki (Bompiani, 1963)

Due amori crudeli di Junichiro Tanizaki (Bompiani, 1963)

Tanizaki vuole raccontare l’amore, ma le sue sono storie di amori extra-ordinari, amori dolorosi e crudeli, con un leggero gusto di masochismo. Storie che sfumano quasi nella leggenda, nel mito, con protagonisti aerei, impalpabili, sfocati come una fiammella in piena notte. E queste storie, Tanizaki, le racconta nella maniera più classica possibile.

Al lettore che tende l’orecchio, lo scrittore racconta la storia della bellissima musicista cieca Shunkin, suonatrice di shamisen, e del suo servo Sasuke. Eletto per accompagnare la giovane Shunikn divenuta cieca improvvisamente, Sasuke seguirà la sua amica, amante e maestra, con una devozione tale che lo porterà a scegliere di infliggersi la cecità.

Alla storia d’amore di Shunkin e Sasuke, segue quella delle due sorelle Oshizu e Oyusan, raccontata in una notte stellata sulle sponde del fiume Yodo. Una storia che vede le due sorelle unite dall’amore-affetto per un unico uomo che si divideranno fino a che la famiglia non metterà fine a questo triangolo erotico-sentimentale.

La fascinazione e la suggestione che i racconti di Tanizaki suscitano sono un’incomparabile magia, come solo i grandi scrittori sanno fare.

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I racconti sono disponibili nell’edizione:

Il ponte dei sogni, Bompiani, 2000, 6,71 €.

© kokeicha

Quando all’inizio delle vacanze mi sono rivolta, con occhi curiosi, alla grande libreria di casa mi aspettavo di ritrovarmi tra le mani una di quelle storie che ti coinvolgono, trascinandoti nei panni di eroi straordinari. Mi sono soffermata su un nome, Nagib Mahfuz, e lì mi sono fermata.

Nagib Mahfuz

Nagib Mahfuz

Premio Nobel per la letteratura nel 1988, Nagib Mahfuz mi seduce e mi incanta con una promessa di spaesamento che mi adesca senza troppa difficoltà. Nel suo romanzo Il ladro e i cani cerco forse le atmosfere mediorientali che mi conquistarono quando un anno fa soggiornai per qualche tempo in Marocco. E in effetti la promessa si rivela mantenuta. Lo spaesamento è garantito. Si ritrovano gli spazi chiusi e protetti della medina, sembra quasi di sentire il canto del muezzin  dall’alto dei minareti, il profumo delle spezie sui banchi del suk. E se il romanzo di Mahfuz mi avvolge con le sue atmosfere mi delude un po’ per la debolezza tutta umana del suo personaggio.

Spinto dall’ira e dalla voglia di vendetta, il ladro Said Marhan, una volta uscito dal carcere, si mette sulle tracce della figlia e della moglie che nel frattempo si è risposata con l’uomo che lo aveva tradito, consegnandolo nelle mani della polizia. L’affetto per la figlia e il trauma per il rifiuto di questa che non riconosce in lui la figura paterna, lo portano a costruire un piano di vendetta nei confronti di tutti coloro che hanno in qualche modo e in diversi momenti tradito le sue speranze giovanili. L’ira di Said si rivolge per prima contro l’ex compagno traditore, contro la moglie che si è ricostruita una vita portandosi via la figlia, e contro il maestro e amico gornalista che rifiuta di sposare la sua causa divenendo inevitabilmente suo nemico.

Said è un eroe contrastato. Rincorrendo i “cani traditori” che lo hanno deluso e hanno rinnegato un antico legame di amicizia-amore, si fa omicida, tentando di sanare il male subito con un male più grande che ricadrà, per il tramite di un destino beffardo, sugli innocenti.

Lui stesso finirà per sembrare un cane-traditore alla caccia di altri cani-traditori, in un racconto dove le barriere tra bene e male, giusto e ingiusto sono completamente sfalzate.

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Edizione disponibile:

Il ladro e i cani, Feltrinelli, 2002, 6,50 €.

© kokeicha

Rosetta Loy

Rosetta Loy

Sembra che ci siano due modi di raccontare la Storia, quella con la S maiuscola, due modi completamente differenti ma complementari. Una è la storia raccontata e vista dagli occhi degli uomini, fatta di eventi di portata nazional-mondiale, l’altra è quella raccontata e vista dagli occhi delle donne che si rivela una storia fatta di dettagli quotidiani, incentrata sulla lotta della gente comune e della vita di tutti i giorni.

Il fascismo ha sicuramente marchiato più di una personalità letteraria, ma riscoprirlo tra le pagine di Rosetta Loy è come tenere tra le mani una vecchia foto ingiallita dal tempo, una di quelle fotografie di persone comuni, strappate alla banalità quotidiana da uno scatto che sembra poter restare ad imperitura memoria. Perché se si combatteva al fronte la guerra degli statisti, nelle case la gente comune portava avanti la propria personale battaglia per la sopravvivenza non solo fisica ma anche e soprattutto morale e psicologica.

Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria è un libro che seduce prima che con la sua storia con il titolo. Evocativo, essenziale, quasi puro per la contraddizione che porta in sè toccando probabilmente la maggior parte di lettori prima ancora di essere aperto, sfogliato, esaminato attraverso la quarta di copertina…

Capita spesso che l’albero dei ricordi sia nero, carico di frutti che non sempre abbiamo voluto, cercato, saputo affrontare, e capita spesso che i rami di questo albero si siano piegati sotto questo peso. Ma è la promessa della parte finale del titolo a mentenere viva la speranza in un futuro migliore. Quel lieto fine al quale non si crede più ma che si continua a bramare segretamente fino all’ultimo.

Rosetta Loy racconta la Storia come solo le scrittrici sanno fare, narrando le vicende di persone comuni che hanno visto la loro vita devastata dalla guerra. Ma l’aberrazione più grande è rappresentata da quello che il fascismo ha imposto e preteso dalla popolazione italiana. Un pezzo di storia che Rosetta Loy ha vissuto e che non vuole e non può dimenticare. Lo racconta, questo pezzo di storia con delicatezza e precisione, non dimenticando di far riferimento agli avvenimenti che come i rintocchi di una campana scandiscono il ritmo di quegli anni. Lo racconta parlando di ragazzi comuni che si ritrovano dall’oggi al domani a fronteggiare la follia della guerra. Qualcuno partirà per la guerra, osservandone l’orrore da vicino, qualcunaltro resterà ripiegato su se stesso, vittima lontana e inconsapevole…

Tra storie di gente comune e riferimenti storici precisi, Rosetta Loy offre un’istantanea dell’Italia fascista che merita di essere letta per la vita che restituisce a quelle vittime che la guerra ha mietuto non sul campo di battaglia ma tra quelle persone che ad essa sono sopravvissute.

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Non si può sempre tornare sulla stessa domanda, abbiamo sofferto abbastanza adesso basta, io sono giovane, voglio il futuro, tutto il futuro, quello che mi spetta e quello che avrebbe potuto essere il loro.

Rosetta Loy

Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria

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Alcune edizioni disponibili:

Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria, Einaudi, 2004, 16,50 €.

Nero è l’albero dei ricordi, azzurra l’aria, Einaudi, 2005, 10,50 €.

© kokeicha

Books Books Books by © LuthienAngel

Ho da qualche giorno terminato la lettura di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, dicendomi che il genio dell’autore ha immaginato una situazione improbabile per far riflettere i suoi lettori sul processo della lettura. Viene rimessa in discussione l’identità e l’integrità dell’autore visto un po’ come l’Uno nessuno e centomila  di pirandelliana memoria.

E con questi pensieri critico-letterari per la testa mi ritrovo a leggere un articolo del Courrier International che mi lascia a dir poco sbalordita. La scrittrice turca, Elif Shafak pare sia stata condotta dalla polizia in un deposito merci di fronte ad un tir pieno di suoi libri contraffatti. Con lei altri colleghi, posti di fronte a container di libri contraffatti, apparentemente identici agli originali eppure con contenuti fasulli. Approfittando dell’occasione, un collega lì presente le ha chiesto un autografo su una copia del libro della Shafak che, volendo controllare, pare abbia trovato un ennesimo esemplare falsificato.

Convinzioni che si sgretolano in questo XXI secolo: anche la letteratura, come ogni altro prodotto, può diventare oggetto di contraffazione. Sarebbe interessante chiedersi quale messaggio si tenta di far passare dalla voce (doppiata) di scrittori inconsapevoli.

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Ascoltando:
Noemi “Briciole”

Sempre dell’idea di rileggere i classici della letteratura italiana, scelgo questa volta un volume leggero e sottile dal titolo accattivante che sfoggia come garanzia un nome non trascurabile: “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino.

Italo Calvino

Italo Calvino

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L’autore del Visconte dimezzato e del Barone rampante, apre con questo libro del 1979 una conversazione con i suoi lettori, o meglio col suo Lettore ideale, facendo del racconto una sorta di matriosca. Ogni storia porta al suo interno altre storie destinate, pare, a non trovare mai una fine…

Sorprende, nelle prime pagine del libro, l’intimità che lo scrittore stabilisce col suo lettore, sorprende per l’acuità con la quale sembra ci osservi leggere. Viene il dubbio che il libro sia stato dedicato ad una lettrice privilegiata (forse la moglie?), qualcuno che Calvino ha a lungo osservato. Bellissima lettera, intima, franca eppure ingarbugliata nella quale lo scrittore dà luce ai meccanismi nascosti della letteratura: al processo della scrittura, della traduzione, dell’editoria per arrivare al rapporto privilegiato che si instaura durante la lettura.

La storia vede come protagonisti un Lettore e una Lettrice le cui vicende personali si intrecciano nel momento in cui si ritrovano in libreria per restituire l’ultimo libro di Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore appunto, (che il Lettore Reale regge tra le mani e divora pagina dopo pagina) perché privati dei capitoli finali. Inizia così una rincorsa al finale perduto che deluderà il Lettore e la Lettrice portandoli a iniziare un libro dopo l’altro alla ricerca delle pagine mancanti trovando invece storie sempre nuove. E l’arte di Calvino ci mostra come riesca a fare del processo narrativo un complicato groviglio di storie che si mescolano le une con le altre. C’è infatti l’intrigo principale che lega il Lettore e la Lettrice nella loro ricerca, le storie che essi leggono di volta in volta, quelle che i vari personaggi raccontano ai due protagonisti, quella del Lettore reale.

Sono i “racconti” i veri protagonisti, e i vari modi in cui le storie possono pervenire al lettore: in maniera diretta tramite una conversazione, o indiretta tramite la lettura, e una lettura nella lettura, e una lettura nella lettura della lettura.

Saporito, questo libro, speziato, cucinato con sapienza e pazienza, portato avanti da uno stile preciso ed elegante. Un libro che si colloca a metà tra letteratura e critica letteraria, capace di concedere al Lettore reale il piacere di una storia che tra sbalzi e interruzioni si conclude in modo tradizionale, con un sempre apprezzato lietofine.

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Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino: Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: “No, non voglio vedere la televisione!” Alza la voce, se no non ti sentono: “Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!” Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!” O se non vuoi dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

Prendi la posizione più comoda: seduto, sdraiato, raggomitolato, coricato. Coricato sulla schiena, su un fianco, sulla pancia. In poltrona, sul divano, sulla sedia a dondolo, sulla sedia a sdraio, sul pouf. Sull’amaca, se hai un’amaca. Sul letto, naturalmente, o dentro il letto. Puoi anche metterti a testa in giù, in posizione yoga. Col libro capovolto, si capisce.

Italo Calvino

Se una notte d’inverno un viaggiatore

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Alcune edizioni disponibili:

Se una notte d’inverno un viaggiatore, Mondadori, 2000, 9 €.

© kokeicha

Italo Svevo

Italo Svevo

“Dolore e amore,

poi, la vita insomma,

non può essere considerata quale una malattia

perché duole”

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Nel 1923, Italo Svevo pubblica quello che resterà il suo capolavoro. Con La Coscienza di Zeno lo scrittore si addentra in tematiche a lui care, approfondendo il ruolo dell’inetto nella società dei primi del ‘900, l’attendibilità della psicanalisi, la malattia come mezzo di differenziazione sociale e la scrittura come strumento di affermazione dell’io.

Ed è proprio nella scrittura, intesa come accompagnamento pratico alla riflessione e all’auto-analisi, che Italo Svevo pone le basi di questo nuovo romanzo che si colloca in quella corrente letteraria anticipata in Francia da Marcel Proust che nel 1913 aveva pubblicato Alla ricerca del tempo perduto. Scrittura e auto-analisi rappresentano un terreno fertile da indagare in maniera del tutto personale, per quegli scrittori che tentano di dipingere in letteratura l’evoluzione di un io pensante.

Italo Svevo, nei panni (forse autobiografici?) di Zeno Cosini affronta il tema dell’alienazione sociale incarnata dalla malattia. Malato reale o immaginario, l’eroe di Svevo ha bisogno di distaccarsi dalla normalità che lo circonda consacrandosi quale vittima di una malattia che affligge tanto il corpo quanto lo spirito.

Spinto da uno psicanalista a scrivere le sue memorie nel tentativo di guarire dal male che lo affligge, Zeno intraprende con la scrittura un viaggio a ritroso che lo porterà ad evocare sulle pagine di un diario gli episodi più salienti della sua vita. Lo si vede adolescente, malato di quella malattia che egli chiama “l’ultima sigaretta” della quale lascia traccia su ogni lembo di carta. Ad ossessionarlo non sembra essere il fumo quanto piuttosto il proposito mai compiuto di smettere quel vizio. Inizia così l’autoritratto di un inetto, incapace di portare a termine ogni sua risoluzione, lasciandosi trasportare dagli eventi e dalle circostanze. Il matrimonio con una donna che mai aveva desiderato prima, l’amicizia con il suo miglior nemico, gli investimenti in borsa che sempre aveva giudicato azzardati e pericolosi.

A disagio nella società, Zeno è vittima di dolori che lo colpiscono ogni volta che si sente sminuito, attaccato, rifiutato. Porta nel fisico il segno di un disagio e di un’alterità che lo spingono a considerarsi malato tra i malati. Inizia con la malattia, una riflessione che tocca i confini tra realtà e immaginazione, tra ciò che si crede e ciò che è, che sarà il leit motiv di tutto il romanzo, capace di mostrare il rovescio di ogni medaglia che Zeno terrà tra le mani.

La narrazione alla prima persona, il ricorso al monologo interiore, lo sguardo ironico, non smettono di dare rilievo al divario esistente tra speculazione e concretezza, due elementi che non smettono di duellare lungo tutta la narrazione.

Nella Coscienza di Zeno, il malato, il diverso, lo scrittore, sono le vesti di cui l’inetto si veste, rivelandosi saggio poiché capace di essere aperto alle eventualità del destino.

@ kokeicha

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Alcune edizioni disponibili:

La coscienza di Zeno, Baldini Castoldi Dalai, 2009, 7,90€.

La coscienza di Zeno, Zanichelli, 2008, 7€.

La coscienza di Zeno, Garzanti, 2007, 8,50€.

La coscienza di Zeno, Einaudi, 2005, 9,50€.

La coscienza di Zeno, Mondadori, 2001, 8,80€.

Audiolibri:

La coscienza di Zeno, Il Narratore Audiolibri, 2004, 23,99€.