Sono andata al cinema a vedere Happy Family di Gabriele Salvatores con due amiche. Il trailer faceva sperare un film spassosissimo, eppure…

Happy Family di Gabriele Salvatores

Happy Family di Gabriele Salvatores

Ezio – Fabio de Luigi – trentenne milanese ricco e annoiato con pretese da scrittore in erba, ha deciso di scrivere una nuova storia. Seduto davanti a uno schermo inizia a tratteggiare i profili dei suoi personaggi. Si tratta dei componenti di due famiglie milanesi, la prima emblema della Milano bene l’altra della Milano nazional-popolare. I loro figli appena sedicenni, Filippo e Marta, hanno deciso di sposarsi e di darne l’annuncio ufficiale ad una cena di famiglia.

Si intrufola in questa serata familiare l’alter ego di Ezio, invitato dalla madre di Filippo – Margherita Buy – che lo aveva mandato in ospedale dopo un incidente. La cena è il momento centrale del film perché non solo dà modo alle due famiglie di incontrarsi, ma anche perché fa nascere l’amore tra Ezio e la sorella di Filippo, Caterina; da l’occasione a Marta di lasciare Filippo perché innamorata di un altro; a quest’ultimo di scoprire un’importante verità; al padre di Filippo – Fabrizio Bentivoglio – malato di cancro, di instaurare con il padre di Marta – Diego Abatantuono – una bella amicizia che li porterà insieme a fare un viaggio in barca sino a Panama.

La storia si interrompe prematuramente quando lo scrittore, fuggendo le sue responsabilità, opta per un finale aperto. È allora che i suoi personaggi si ribellano, constringendo lo scrittore, dopo aver occupato il suo appartamento, a riprendere il suo lavoro portandolo questa volta a compimento.

Happy Family di Gabriele Salvatores

Happy Family di Gabriele Salvatores

Il film di Salvatores è divertente, le risate si scatenano a più riprese nella sala. Eppure non danno grande soddisfazione. La commedia, che evoca e cita altri grandi film come 8 e 1/2, i Tenembaum, I soliti sospetti, oppure il pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore, delude per trama e personaggi. I suoi protagonisti sono personificazioni vaghe e sbiadite, e la storia risulta banalizzata e stereotipata. La comicità del film è scatenata da gag facili e povere di vera ironia, affidata all’accoppiamento dei due cani o alla nonna che a causa dell’Alzheimer se ne va in giro chiedendo “Ma tu chi sei?”. E la risata che scatta in maniera quasi meccanica prende un gusto un po’ amaro perché dentro non lascia nulla.

Tra gli attori, Margherita Buy e Diego Abatantuono interpretano un po’ se stessi, ricalcando i ruoli del passato e perdendo così la loro identità. Fabrizio Bentivoglio, bellissimo e di gran classe, dà un colore malinconico al film, eppure non abbastanza intenso.

Restano tuttavia alcune scene da ricordare come la cena di famiglia che vede l’assenza di un capotavola ma il confronto alla pari tra le due famiglie; oppure la panoramica dell’appartamento dello scrittore che mostra gli elementi che lo hanno ispirato nella stesura della sua storia. I colori sono vividi e si ha l’impressione che le scene siano talvolta costruite su base cromatica: la scena dell’incidente è caratterizzata dalla predominanza del giallo; la sala da pranzo che ospita la cena come anche la camera da letto di Margherita Buy e Fabrizio Bentivoglio è interamente colorata con varie tonalità di rosso, etc. La colonna sonora, che ha come protagonisti Simon & Garfunkel con un disco bellissimo e straordinariamente evocativo che tuttavia non accompagna il film ma sembra seguirlo solo da lontano.

Una commedia che poteva essere travolgente e che invece si rivela facile e sottotono, lasciando gli spettatori un po’ delusi e con l’amaro in bocca allo scadere del novantesimo minuto.

Mine vaganti

Mine vaganti

Approfittando della compagnia di un’amica speciale, in trasferta per un paio di giorni in un capoluogo del sud Italia, vado al cinema a vedere Mine Vaganti, di Ferzan Ozpetek. Tra il trasloco e il resto non ho nemmeno visto i trailer in tv ma con Ozpetek abbiamo una lunga storia d’amore iniziata alla fine degli anni ’90. Vado sicura del risultato e uscita dal cinema d’essai che lo propone sento che la promessa è stata mantenuta.

Con Mine vaganti, Ozpeteck, esce fuori dal particolare per tornare al generale. E se con la maggior parte dei suoi film aveva voluto dipingere uno spaccato della società italiana ben preciso, stavolta il regista ci racconta una storia comune, di una famiglia qualsiasi, alle prese con il più complicato rompicapo di tutti i tempi: le trame dei rapporti umani.

Tutto inizia con il ritorno a casa di Tommaso, il figlio minore (Scamarcio), rientrato da Roma con l’intento di comunicare alla famiglia la sua omossessualità con la speranza di ottenere quella libertà che le bugie gli avevano impedito di avere. Una cena di famiglia sarà l’occasione per annunciare la verità ma il fratello maggiore Antonio (Preziosi), al quale ha già raccontato tutto, lo anticipa, facendo davanti a tutti il suo coming out. Tra il disagio generale, il furore di Tommaso e la rabbia del padre che sarà vittima di un lieve infarto, Antonio viene mandato via di casa, e su Tommaso riposeranno tutte le speranze sul futuro della dinastia familiare.

A Tommaso toccherà prendere in mano il pastificio di famiglia, sostituendosi per la prima volta al fratello, lavorando fianco a fianco con la socia Alba (Grimaudo) tanto bella quanto bizarra con la quale si creerà un’ambigua complicità. A complicare utleriormente la situazione, ci sarà l’arrivo del compagno e degli amici romani di Tommaso. La combricola di ragazzotti  metterà un po’ di movimento nella placida vita familiare.

Con questo film Ozpetek riesce a dipingere, con grande ironia, i meccanismi  complessi e talvolta contorti dei rapporti familiari, fatti di immancabili scontri-incontri. Uno strepitoso risultato, con una storia dalle dinamiche sorprendenti ed esilaranti che non lasciano tregua agli spettatori scossi da un’interminabile risata. Tra gli attori un credibilissimo Riccardo Scamarcio, una borghese e tenera Lunetta Savino, una commovente Nicole Grimaudo e una strepitosa Elena Sofia Ricci nei panni della zia zietella.

Una fotografia perfetta in ogni dettaglio, con la luce calda del Salento, un’ambientazione suggestiva e inquadrature indimenticabili. La colonna sonora composta da Pasquale Catalano, comprende due grandi successi di Patty Pravo e la bellissima 50mila di Nina Zilli.

Mine vaganti è poesia allo stato puro, come solo i grandi artisti sanno fare.

Da vedere. E rivedere.

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E qui il video di 50mila nel duetto di Nina Zilli con Giuliamo Palma

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E qui il sito del film Mine vaganti.

Ieri sera ho ceduto alla tentazione dei grandi classici e mi sono persa in uno dei capolavori di Bernardo Bertolucci, Ultimo tango a Parigi.

Ultimo tango a Parigi, film di Bernardo Bertolucci (1972)

Ultimo tango a Parigi, film di Bernardo Bertolucci (1972)

Schiacciato dal peso del passato, un uomo di mezza età (Marlon Brando) trova, grazie all’incontro con una ragazza poco più che ventenne, il modo di dimenticare i suoi dolori affogando i dispiaceri nel sesso. I loro incontri, incastrati nei ricordi del passato, restano tuttavia un mondo chiuso, asettico, slegato dalla realtà alla quale l’uomo sembra voler sfuggire. Parallelamente scorre la narrazione della vita della ragazza.

Gli incontri, fotografati magistralmente da un regista abilissimo, proseguono sino a quando l’uomo non decide di far accedere la ragazza alla sua vita reale, raccontandole il suo passato e svelandole le sue speranze per l’avvenire.

Come sempre, il ritorno alla realtà infrangerà il mistero sciogliendo l’incanto.

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Una storia raccontata con poesia e intensità, in modo elegante, dove le scene più belle sono quelle che ci regalano una visione della coppia creata da giochi di luce e riflessi, riunendo, nell’illusione, ciò che nella realtà è disunito, e disunito resterà.

scena tratta dal film "Ultimo tango a Parigi"

scena tratta dal film "Ultimo tango a Parigi"

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