Un po’ malinconico questo sabato pomeriggio. Sarà che c’è nell’aria un po’ di influenza, sarà che ho sfogliato gli album di ricordi – assai duri per la verità – di un paio d’anni fa, sarà che mi rivedo spensierata ventenne in attesa del futuro… eppure non riesco a stare ferma. Avrei voluto restare in panciolle, divorare qualche pagina di quel magnifico capolavoro russo che è Anna Karenina, fare merenda, sorseggiare un tè, sgranocchiare biscotti alla farina di riso… eppure non ci sono riuscita.

E come spesso mi capita, per non spensare troppo, mi sono lasciata travolgere da una sospetta iperattività. Mi sono dedicata a una minuziosa pulizia di casa, ho fatto la spesa tra mercato rionale e supermercato, e non contenta ho percorso la città in lungo e in largo per recuperare tutto il necessario per preparare una torta. Non mi importava se dovevo comprare anche le fruste elettriche; non mi importava nemmeno se mancavano farina, zucchero, lievito; non mi importava se mancava perfino l’insalatiera dove preparare il tutto, e la teglia tonda da mettere al forno. E non mi importava che fosse ormai troppo tardi per preparare una torta. E così, alle 20:30, aspetto di sfornare una torta per fare una ritardataria e consolatoria merenda… e il profumo di torta placa il mio ipercinetismo psico-fisico.

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Il cielo in una stanza

Il cielo in una stanza

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Oltre il vetro accanto alla scrivania il cielo è grigio, come è ormai abitudine. Al di qua dello stesso vetro le note sono altrettanto grigie. Una canzone anni 60 passa alla radio, che la canta stavolta in una lingua che non è la mia rendendola ancora più malinconica. E anzi che ritrovarmi in una stanza senza più pareti, soffoco in una cella che sembra aver esaurito il suo ossigeno. Illusione prima che la voce riprenda, elegante, la sua corsa sui binari originali.

Afferrata ad un dling torno alla realtà, su questa sedia girevole, davanti allo schermo del mio pc, ritrovo le urgenze del momento nelle quali annego il ricordo delle urgenze atemporali.