The last lights in the city © arline.deviantart.com

The last lights in the city © arline.deviantart.com

Rientrando a casa, a piedi, con la testa leggera a leggermente ovattata, mi sembrava di vedere tutto come non lo avessi mai visto prima. Il terzo bicchiere di vino ha fatto il suo effetto, come sempre, e un po’ stordita, ripercorro la strada verso casa stupendomi della nottata. Le luci multicolori animano questa notte metropolitana, i neon bianchi, le insegne rosse, i semafori verdi. Tutto è vivo. I colori sono nitidi e le luci meravigliosamente calde. Osservo, passo dopo passo. Rimpiango di non poter immortalare l’istante con una fotografia. Ma so già che non sarebbe all’altezza, infedele alla mia visione.

Su un pannello violaceo Kate Holmes lancia la sua rivincita. Mazzi di fiori, dagli incarti luccicanti, camminano avanti a me tenendo per mano una coppia di ragazzi. Due uomini ridono all’ingresso di un bar.Penso che dovrei scriverne un racconto.

Mi godo ogni passo, ogni istante, ogni colore. Vorrei potervi mostrare ma non ho che parole per descrivere, anzi, per evocare…

Questa notte è bellissima. Il vino e le sue bollicine, le chiacchiere e le polemiche, formaggi e riflessioni socio-politiche è ciò che ci siamo scambiati per cena. Una tisana calda calma l’euforia placando l’adrenalina. Questa nottata è placida e appagante. La annoto sul quaderni dei ricordi…

Alba © Elena Badu 2009

Alba © Elena Bazu 2009

È una sensazione estremamente spaesante risvegliarsi alle primissime luci dell’alba. Soprattutto se si è dormito al settimo piano e le finestre delle stanza non sono in alcun modo oscurate. L’aria sembra quasi impalpabile, rarefatta, e la luce prende i colori di pesca, passando dall’arancione al bluette. È come lasciarsi coccolare, e ogni volta che si decide di aprire gli occhi ci si accorge che la luce è già cambiata. Diversa e impossibile. È come sentirsi ancora dentro il sogno, anche se poi sogno non c’è stato, o non ha lasciato traccia. Un sogno in cui lo scorrere è placido e l’emozione inverosimile.

E quando ormai posso roconoscere una luce familiare, mi metto a sedere sul letto. Ah, già, stanotte ho dormito in ufficio sfrattata da un piccolo topolino vagabondo che ha deciso di installarsi da me senza chiedere il permesso a nessuno.

Non è stato male dormire al settimo cielo. Tra dieci minuti inizio a lavorare (sempre al settimo cielo)!

We like to partyyy © by pberryphotography

We like to partyyy © by pberryphotography

Di ritorno da una serata tra amiche al ristorante, all’uscita della metropolitana, qualcuno canta a squarciagola parole che man mano che avanzo si fanno sempre più nitide prendendo le sembianze di una lingua che ben conosco: la mia. Ho pensato che qualche turista italiana doveva aver fatto baldoria… Incuriosita dalla scena ho visto che la cantante per una sera era una ragazza sui venticinque anni, in minigonna, che camminando con passo deciso al fianco di un’amica cantantava con voce sicura e senza abbassare lo sguardo di fronte agli sguardi dei passanti: E non sai quanto bene ti ho dato e non sai quanto amore sprecato aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me. La cantava con lo stessa rabbia che ci metteva Irene Grandi, la cantava a qualcuno, raccontando la sua storia di quella sera, o forse la storia della sua vita. Raccontava del suo amore folle, incompreso, disperato…

E mi sono ricordata di quando ero io a cantare quelle stesse parole a qualcuno, in un tempo che sembra tanto lontano da questo. Quando ero disposta ad essere tutto, a prendere la forma della possibilità, quando credevo che desiderare l’amore per due sarebbe stato sufficiente. Di quella ragazza è rimasto poco. O almeno così mi sembra oggi. Oggi che sul mio viso affiggo un sorriso di cortesia per rimandare al mittente qualsiasi tentativo di approccio reale o immaginario, per non dovermi ritrovare a gridare alla luna queste parole che sembrano condannate a non sfiorare le orecchie alle quali sono destinate

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Ed ecco il video di Irene Grandi che interpreta Sono come tu mi vuoi