carnaval @ kokeicha 2010

carnaval @ kokeicha 2010

La settimana scorsa ho smarrito per strada chissà dove il mio portachiavi. Certo non si tratta di un anello di diamente, ma era QUEL portachiavi acquistato inconsciamente due volte in un mercatino di Natale e che condividevo come portafortuna con mia sorella.

Lo scorso fine settimana ho smarrito la spilla che faceva da chiusura a uno dei miei maglioni preferiti; l’avevo acquistata a Parigi, cercandola in lungo e in largo per tanti negozi. Non si trattava certo di una spilla di grande valore, ma era sobria e perfetta per quel maglione, e per me.

Stamattina mi sono resa conto di non aver più nella mia libreria un libro al quale tenevo molto, soprattutto per questioni lavorative, che avevo quasi gelosamente messo da parte per tirarlo fuori nel momento in cui sarebbe servito. Ecco, il momento è arrivato ma il libro non si trova. Non c’è! Ho fatto mille volte il percorso dei dorsini della mia libreria, percorrendoli avanti e indietro, alla ricerca del titolo magico, eppure nulla. Non c’è.

Detesto prestare le mie cose, sono molto gelosa dei miei oggetti perché ognuno di essi rappresenta una storia, e non sono capace, lo ammetto, di rinunciarvi. Figurarsi quando si tratta di perdere un portafortuna, una spilla quasi decennale, un libro. Vado in crisi, e non c’è da andarne fiera, al pensiero che nulla in futuro potrà mai rimpiazzare ciò che è andato perduto… e solo mentre formulo questo pensiero, digitando sulla tastiera del mio ormai vecchio MacBook mi rendo conto che questo discorso ha radici lontane, radici che affondano nella mia infanzia, quando presto imparai che non c’è rimpiazzo possibile per ciò che si è perduto, perché certe cose non tornano. Punto e basta. Ma ne arrivano di nuove. Sorrido. E penso che sono cresciuta, malgrado il nodo allo stomaco…

 

Goodbye my lover by © http://korny-pnk.deviantart.com

Goodbye my lover by © http://korny-pnk.deviantart.com

Dal finestrino del treno vedo due ragazzi baciarsi, intensamente, stretti stretti… non si vorrebbero separare. Lei gli accarezza il viso, forse asciugandogli due lacrime ribelli, forse solo un po’ di fumo negli occhi. Si tengono per mano cercando di ritardare il momento dell’addio, o forse solo dell’arrivederci. E già la voce metallica annuncia la partenza immediata. Li osservo dal mio finestrino, senza poter fare a meno di sorridere dolcemente. Lei stringe qualcosa, gli soffia un bacio sul palmo della mano, sorride, ma le gambe ballano nervose.  E i piedi non riescono a stare fermi. Avranno diciasette anni, probabilmente pensano che questo sia l’amore della loro vita… solo il tempo potrà dirlo. E improvvisamente mi sento vecchia, piena di nostalgia per i miei diciasette anni, di tenerezza per questi ragazzi, che mi ricordano tante cose, vecchie e nuove. Poco più di una settimana fa ero io a stringere una mano, e ad accarezzare un volto per un arrivederci. Strana la vita, alle volte si ripete sempre uguale a sé stessa. Una scena già vissuta mille volte, mille volte in maniera diversa. Tra lacrime e singhiozzi quando ero ragazzina, in maniera composta con i miei trent’anni… e con il cuore carico della speranza di un prossimo ritrovarsi.

 

L’occhiolino di un’amica. Un panino in riva al mare. Una poesia declamata in pubblico. Un biglietto aereo verso l’ignoto. Le risate con gli amici. Il profumo dei biscotti appena tolti dal forno. Un bacio inaspettato. Una stella cadente. Un cesto di fichi. Una chiacchierata sul cinema. Un ti amo speciale. Un tè profumato. Una fiera cittadina. La telefonata di un’amica. Un libro in prestito. Un pranzo di famiglia. Una canzone rock. Una passeggiata notturna a piedi nudi sulla sabbia. Un bicchiere di vino bianco in ristorante. Una gita al mare. Le fusa di un gatto. Una passeggiata a Venezia. Un biglietto d’amore. L’incontro con uno scrittore. Una pizza con gli amiche. Una corsa con il cane. Un film visto in due. L’arrivederci in aeroporto. Il ritrovarsi in aeroporto. Uno sguardo intenso. La complicità di una madre. L’abbraccio di una bimba. Le coccole in pineta. I racconti degli amici. Un anello al dito. Un vasetto di pesto fatto in casa. Un costume giallo.

*

Moments di Will Hoffman (Radiolab)

*

Perché la vità non è altro che l’insieme di momenti più o meno speciali che, come tante istantanee impresse nella nostra memoria, scoloriscono col passare del tempo…

Old woman  © paulie2nd.deviantart.com

Old woman © paulie2nd.deviantart.com

Alle volte mi capita di condividere con uno sconosciuto un momento speciale. Quando ci si incontra, mentre la vita ci trascina velocemente altrove. E noi riusciamo a fermarci, giusto il tempo di un attimo. Quanto basta, per poi riprendere il cammino.

«Signorì, così le schiaccia tutte!»

Sto sistemando alcune confezioni di fragole una sull’altra dentro un sacchetto della spesa ed evidentemente qualcuno ha qualcosa da ridire. Una signora accanto a me, sta curiosando senza ritegno.

«Poi così le si schiacciano tutte. Prenda un altro sacchetto!»

La signora mi ispira simpatia. Le sorrido come sorrido agli sconosciuti e replico «Così, quando arrivo a casa, ho già la macedonia pronta…» Lei mi guarda stranita, cerca di capire se sia seria o se stia scherzando e io, per farla felice, prendo un altra busta della spesa. Basta così poco… La sento finalmente farsi una bella risata. La guardo ridere con il volto segnato dalla vita e i capelli bianchi tagliati corti come quelli di una ragazzina, e rido a mia volta. Anzi, sorrido. Stavolta sorrido per davvero. Un sorriso sincero e spontaneo.

«Signorì – mi dice – ma che bel sorriso che c’ha! Proprio un bellissimo sorriso. Lei è davvero bella. Proprio bella!»

Non capita spesso. La guardo stranita – stavolta è il mio turno. «Lei è troppo gentile. Nemmeno mia nonna me le dice queste cose…» E penso subito a chi quel sorriso non ha voluto vederlo crescere, a chi rifiuta un saluto, a chi finge di sapere che esisto. A lei, e a tutti gli altri…

Summer was gone © gpstrider.deviantart.com

Summer was gone (detail) © gpstrider.deviantart.com

E intanto il tempo passa, tutto cambia, nulla è più uguale a se stesso. Ciò che ieri conoscevo a menadito, oggi ha già mutato forma. Non resta neanche più la nostalgia. Anch’io sono cambiata. Cosa resta della me di ieri? Ancora non so rispondere… Eppure mi par di vedere una bimbetta con le code, gli occhioni spalancati per contemplare meglio questo mondo, le ginocchia sbucciate cadendo dal motorino del papà. Cosa resta di quella me? E ancora mi sembra di vedere una ragazzina introversa, eccessivamente sensibile, speranzosa di trovare sulla via il suo principe azzurro, quello che guardandola negli occhi avrebbe capito e avrebbe saputo… Cosa resta di quella me? E se cerco ancora scorgo la giovane donna aperta al mondo e all’amore, quella che credeva bastasse desiderarle intensamente, le cose, perché accadessero. Cosa resta di quella me?

Non so, forse nulla, forse tutto. O forse solo la memoria di colei che fui…

Books by SeikaKitsune [http://seikakitsune.deviantart.com/]

Detail – Books © SeikaKitsune (http://seikakitsune.deviantart.com)

Tornare in quei luoghi è stato strano. Uno spazio futurista, irreale, massiccio, quasi una prigione di sicurezza che concede un accesso solo a condizioni particolari. Era da almeno un paio d’anni che non mettevo piede in biblioteca. Dai tempi degli studi, delle tesi, delle ricerche… Ore, giornate intere, mesi e anni passati dietro quelle vetrate, scendendo su quelle scale mobili infinite verso le sale ricolme di libri e ricercatori.

Le dita polverose, le lampade verdastre, le macchie d’inchiostro blu sulle dita…

Tornare in quei luoghi è stato emozionante. Tutto sembra immutato eppure niente è più uguale.

Estate 1998. Ero una ragazza qualunque che si lasciava alle spalle, quell’anno, l’esame di maturità, gli anni di liceo, compagni di studi e risate che raramente avrei rivisto in seguito. Dinnanzi, mi attendeva il futuro e la scelta di un percorso di studi che avrebbe segnato poi il mio percorso di vita.

Divisa tra le scienze esatte e quelle umane, portata per la matematica e appassionata di letteratura, non avevo dalla mia una propensione consigliera che potesse suggerirmi quale strada intraprendere.

Alla fine dell’estate, tra polemiche e scontentezza generale, scelsi di iscrivermi in lingue. Nessuno sembrava esserne contento, sprecavo i miei talenti in una facoltà per “perdigiorno”. Non so perché scelsi lingue, piuttosto che matematica, o scienze naturali. Probabilmente, se ci fosse stata, mi sarei iscritta in scienze della comunicazione per diventare giornalista. Ma non c’era, e partire era fuor di questione.

Sono passati undici anni, da allora, ancora non so perché tra le tante opzioni ho scelto la facoltà di lingue. Nel frattempo mi sono laureata, trasferita, specializzata, fidanzata e sfidanzata, ho viaggiato, ho incontrato il mondo intero in una città. E quando torno indietro, a quell’estate 1998, penso che forse è vero che nulla avviene per caso, e che quella scelta passata e inconsapevole mi sembra dettata da un’esigenza presente.

Sicuramente le scelte di ieri influenzano il nostro presente quanto il nostro futuro, ma quando ripenso a quella decisione presa forse anche alla leggera mi chiedo se il Caso, in quel momento, stesse in qualche modo guidando i miei passi già sapendo che in futuro…