Travels © renegade-of-funk82

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Partire, ultimamente, è sempre un po’ come tornare. Che sia in una direzione o nell’altra. Un tornare a casa, comunque.

Ma questa volta il mio rientro preannuncia un qualcosa di diverso: un nuovo trasloco. Un rientro temporaneo, prima di trovare una nuova dimensione, in una nuova città, con un nuovo lavoro e una nuova casa. Ci sarà una nuova quotidianità da reinventare e nuovi spazi di cui appropriarsi. Spazi cittadini che tendono all’infinito specchiandosi sulle onde del mare.

E così, per ora, resto in attesa. Aspetto che tutto si concretizzi, fingendo scetticismo e nonchalance per non pensarci troppo.

Fuori si sente un coro di cicale. Avevo quasi dimenticato quant’è bello sentirle frinire, nelle calde estati mediterranee. Mi ricordo così di essere a casa. Ricordi (d’infanzia ma anche di qualche anno fa), paure (in fondo sempre le stesse), speranze (queste invece sempre diverse) in un’estate che speravo spensierata e rifocillatrice, dopo anni di estati lavorative. Vorrei tante cose, dalle più essenziali alle più banali.

Ma ora non ho voglia di pensare. In giardino, una cicala canta ancora, stanca anche lei del caldo di questo luglio generoso. Il canto rallenta, sembra quasi avviarsi verso la sua fine, verso un silenzio di motori lontani…

Questo, per ora, basta.

Crying

Crying © by Sblommaert

Un po’ di silenzio non guasta, quando la vita avanza troppo velocemente e non si ha il tempo di assimilare. Capita allora che resti come stordita dagli eventi che non riconosco, non accetto, non catalizzo. E quando gli eventi si fanno taglienti come lame di coltello dico “no, non di nuovo, non ora…” Ci sono ferite che tutti dobbiamo portare prima o poi, ma io ho già parecchie cicatrici, non ancora rimarginate. È allora che nel silenzio senti  gridare una voce, tanto distorta da non essermi familiare, che supplica “non di nuovo, non a me…”

Il silenzio di questi giorni grida più forte. Ho un gran mal di testa. Resto immobile, rannichiata come un bimbo con le gambe al petto, proteggendomi la testa con le mani prima che l’urto arrivi.

Per non morire ancora.