Sono le 4:22 e io sono sveglia. E domani, ovvero oggi, devo uscire da casa alle 8:00 per andare al lavoro.

Sono le 4:22 e io sono sveglia. E vorrei tanto dare la colpa a quella stramaledetta zanzara che ha ronzato alle mie orecchie fino a un paio d’ore fa. Eppure neanche una volta uccisa quel ronzio ha smesso di fischiare alle mie orecchie.

Sarà che sono stanca, sarà che la tisana non ha ancora fatto effetto, ma sento che sto commettendo una volta di più lo stesso errore. Mi sento sbilanciata come se per l’ennesima volta, non paga delle lezioni che mi ha già dato la vita, stessi dando tutta me stessa e ricevendo in cambio niente. A me viene naturale dare senza pretendere di ricevere, ma questa è una grande stronzata.

Sono stanca di essere me.

Sono le 4:34, e sento ancora un fastidioso ronzio alle mie orecchie. Ma forse non è una stupida zanzara, forse è solo il riacutizzarsi di una stupida abitudine…

Per domani voglio una camicia da stronza, un paio di pantaloni da cinica e una giacca da fredda impassibile.

Nocturne © kokeicha 2010

Nocturne © kokeicha 2010

Affacciata alla finestra, guardo un magnifico panorama notturno. Qualche nota mi porta lontana, lontana nel tempo e nello spazio…

Rhapsody in Blue di Gershwin

 

© kokeicha 2010

© kokeicha 2010

Domenica pomeriggio. Sono sul treno che mi riporta a casa. Il viaggio sarà lungo, ho un paio di ore di fronte a me e ne approfitto per rilassarmi, leggere un po’ e scrivere. È stato un fine settimana pieno di impegni. Ormai non mi riposo nemmeno la domenica. Si corre, si corre, si corre… e quando non è il lavoro, è la famiglia, o gli amici. Ultimamente dedico poco tempo a me stessa, ma va bene così. Ho dispensato coccole in famiglia, ho fatto la cuoca per la maggior parte del tempo riuscendo divinamente (scusate la modestia) una velouté di zucca e una minestra di farro. Ho visto le amiche, ci siamo aggiornate sul lavoro, sui progetti, sugli ultimi uomini delle nostre vite… c’è chi viene, c’è chi va, c’è chi per fortuna resta. E ci si ritrova, di sabato sera, di fronte a un tè caldo come delle vecchie ziette. C’è chi ha appena affittato un nuovo appartamento, chi ne ha comprato uno, chi sta cercando casa. È come se vedessi la scena dal di fuori… siamo donne in gamba. Mi piacciono, le mie amiche. Ridiamo parlando di uomini, d’altronde è sabato sera e ci vuole anche un po’ di svago. C’è chi è arrabbiata, chi è smarrita, chi è felice… Tutte crediamo ancora nell’amore, quello vero. Si parla di passione, di sesso, di coccole. Poi di viaggi, prossime partenze, prossimi rientri. Si torna a casa, felici di esserci, sempre noi.

… Così è la vita…

Questa mattina vago in casa, così. Con in mano una tazza di tè Russo, pantaloncini e calzettoni di lana, tentando di svegliarmi.

Questo silenzio, questo vuoto, questa pace mi mancavano.

Li assaporo.

Apro le finestre per salutare l’aria del mattino.

Respiro.

Fuori dalla finestra un gabbiano vola alto nel cielo prima di sparire oltre la mia testa.

E i miei sogni s’innalzano pian piano, stretti alle sue ali.

E penso che, a volte, basta guardare in alto per toccare il cielo trasportata dal volo di un gabbiano…

Raramente si riesce ad apparire così come si vorrebbe, così come ci si sente. Perché l’immagine che abbiamo di noi stessi difficilmente coincide con l’immagine che il mondo ha di noi?

Quando un’amica, una bella moretta riccia e procace mi dice: “Io dentro mi sento come Charlize Theron”, la guardo con occhi increduli. Le due immagini difficilmente si sovrappongono. Certo Charlize Theron incarna la bellezza perfetta, eppure la mia amica non scherza. Ma le due immagini proprio non coincidono.

E io? Io come mi sento dentro? Ci penso un po’ e la risposta mi viene spontanea. Io dentro mi sento come la burrosa e seducente, intrigante e intelligente Scarlett Johansson. Nientepopodimenoche… Sì, sì, proprio lei. In versione bionda o mora, elegante o casual. Peccato che gli altri non possano vedermi così. Peccato! Soprattutto per quei capelli appena tagliati corti. Peccato! E per il look non sempre così elegante. Peccato! Forse se lasciassi crescere i capelli… Forse!

Difficile far convivere due percezioni così diverse, tavolta quasi distinte. Tentare l’emulazione sarebbe vano, ma prendere spunto e ispirazione potrebbe aiutare le due percezioni a convivere pacificamente in noi…

Scarlett Johansson

Scarlett Johansson

L’ho promesso ieri, tra le pagine dei miei commenti, ed eccomi qui, alle 17h in punto, ad offrirvi un tè, comprato a Parigi, in uno dei quartieri storici della capitale francese. Si chiama VADROUILLE, parola che indica il vagare senza meta. È un tè nero, aromatizzato con scorze di  arance, mele, cannella, chiodi di garofano e altre spezie che non riesco a identificare.

Ve ne preparo una tazza, lasciando il filtro in infusione per almeno cinque minuti. E nell’offrirvi questo mélange di aromi esotici, vi lascio un nipponico pensiero.

Primavera

Dilegua l’eco della campana del tempo:

persiste la fragranza dei fiori.

Ed è sera.

Matsuo Basho

Riflessioni notturne:

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo.”

The Butterfly Effect, 2004
Remedios

Remedios

Ogni tanto mi capita. E quando succede non è bene. È sintomo che le cose iniziano a farsi difficili, pesanti. Sono tornata a casa dal lavoro, stanca e morta, con del lavoro ulteriore da sbrigare e prima di potermi cambiare, svestita a metà, sono andata in bagno, ho frugato nell’armadietto e ho tirato fuori il mio smalto rosso preferito. Un rosso intenso, sanguigno, adatto quando soprattutto in occasioni come questa. E così metto la mia armatura, per tirarmi su di morale. Dipingo una ad una le unghie dei piedi, osservo il risultato e mi sento un po’ meglio. Mi piace questo colore. E poi sta bene ai piedi. Loro sono già pronti per la partenza, io non ancora.

Il cielo in una stanza

Il cielo in una stanza

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Oltre il vetro accanto alla scrivania il cielo è grigio, come è ormai abitudine. Al di qua dello stesso vetro le note sono altrettanto grigie. Una canzone anni 60 passa alla radio, che la canta stavolta in una lingua che non è la mia rendendola ancora più malinconica. E anzi che ritrovarmi in una stanza senza più pareti, soffoco in una cella che sembra aver esaurito il suo ossigeno. Illusione prima che la voce riprenda, elegante, la sua corsa sui binari originali.

Afferrata ad un dling torno alla realtà, su questa sedia girevole, davanti allo schermo del mio pc, ritrovo le urgenze del momento nelle quali annego il ricordo delle urgenze atemporali.