Mi risveglio quasi di soprassalto, in questo pomeriggio di fine luglio, con un grido in gola. Cercavo un po’ di riposo e invece ho trovato un incubo. Anche nei sogni non riesco a staccarmi dalla realtà anzi, quasi maniacalmente, me la trascino dietro. E così, con i miei trent’anni, mi ritrovo in un corpo di bambina. Avrò circa otto anni e le code. Somiglio un po’ alla figlia di mio cugino che è nel sogno anche lei. Mi segue ovunque, spiandomi discretamente, mentre io cerco rifugio e solitudine in ogni stanza di quella che è la casa della mia infanzia e, ogni volta che mi trova, chiude piano la porta restando fuori. Quasi a volersi assicurare dei miei spostamenti e a volermi regalare quella privacy di cui vado in cerca. Ma io non capisco, ad ogni cambio di stanza sono sempre più ansiosa e la rabbia sale. Nella mente c’è ancora l’immagine che ha scatenato questa mia ira: mia madre intenta a rifare daccapo le melanzane ripiene che avevo appena finito di preparare. Ha già svuotato i ripieni e sta finendo di lavare i gusci prima di riempirli nuovamente. Probabilmente meglio di come avessi fatto io…

Non che ci voglia Freud per interpretare questo sogno, ma chi è la bimba che mi segue chiudendo pian piano la porta dei miei rifugi temporanei? Mah…

Specchio specchio delle mie brame… chi è la più bella del reame?

No, no, no, c’è un problema. Non è questa la domanda che porrei allo specchio magico questa notte. Per nulla! Perché tra le mie brame, tra i miei desideri più intensi, ce n’è uno che non riguarda la bellezza, né i sentimenti. Ma piuttosto un progetto da costruire con gli anni. Forse da realizzare quando sarò vecchia. Dopo che sarò diventata ricca e che avrò aggiunto alla mia ricchezza quella di un marito facoltoso. Oppure da realizzare nella prossima vita. O nella prossima ancora. Chissà!

C’è qualcosa che mi piacerebbe avere. Qualcosa che risuona del canto delle cicale, che profuma di erbe fresche e dove in sottofondo rieccheggia una musica spagnoleggiante.

Vorrei una casa in stile coloniale messicano. Di quelle con il patio sul retro, con la fontana al centro del giardino, il porticato fiorito, dove i colori hanno le sfumature della terra. Legni massicci, tende rosso intenso, gerani profumati ai balconi delle finestre. Un’amaca che dondola tra gli alberi, sombreri appesi alle pareti, soffitti attraversati da travi di legno. Una casa chiassosa, abitata da una famiglia numerosa.

Specchio specchio del mio reame, avrò mai la casa delle mie brame?

Ma dormo già, e questo non è che un sogno…

Solo un sogno...

Solo un sogno...

Alba © Elena Badu 2009

Alba © Elena Bazu 2009

È una sensazione estremamente spaesante risvegliarsi alle primissime luci dell’alba. Soprattutto se si è dormito al settimo piano e le finestre delle stanza non sono in alcun modo oscurate. L’aria sembra quasi impalpabile, rarefatta, e la luce prende i colori di pesca, passando dall’arancione al bluette. È come lasciarsi coccolare, e ogni volta che si decide di aprire gli occhi ci si accorge che la luce è già cambiata. Diversa e impossibile. È come sentirsi ancora dentro il sogno, anche se poi sogno non c’è stato, o non ha lasciato traccia. Un sogno in cui lo scorrere è placido e l’emozione inverosimile.

E quando ormai posso roconoscere una luce familiare, mi metto a sedere sul letto. Ah, già, stanotte ho dormito in ufficio sfrattata da un piccolo topolino vagabondo che ha deciso di installarsi da me senza chiedere il permesso a nessuno.

Non è stato male dormire al settimo cielo. Tra dieci minuti inizio a lavorare (sempre al settimo cielo)!