Junichiro Tanizaki

Junichiro Tanizaki

Tra i volumetti divorati durante queste vacanze di Natale c’è Due amori crudeli di Junichiro Tanizaki. Una vecchia edizione della Bompiani che odora di polvere e chiuso, comprata un paio d’anni fa nella libreria dell’usato della mia città.

Junichiro Tanizaki è uno dei miei scrittori preferiti. Romanziere di spicco della letteratura giapponese della prima metà del ‘900, è autore di tanti romanzi celebri come Neve sottile, La chiave e Diario di un vecchio pazzo. Ma in Due amori crudeli ritroviamo due racconti: “La storia di Shunkin” e “I canneti”.

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Due amori crudeli di Junichiro Tanizaki (Bompiani, 1963)

Due amori crudeli di Junichiro Tanizaki (Bompiani, 1963)

Tanizaki vuole raccontare l’amore, ma le sue sono storie di amori extra-ordinari, amori dolorosi e crudeli, con un leggero gusto di masochismo. Storie che sfumano quasi nella leggenda, nel mito, con protagonisti aerei, impalpabili, sfocati come una fiammella in piena notte. E queste storie, Tanizaki, le racconta nella maniera più classica possibile.

Al lettore che tende l’orecchio, lo scrittore racconta la storia della bellissima musicista cieca Shunkin, suonatrice di shamisen, e del suo servo Sasuke. Eletto per accompagnare la giovane Shunikn divenuta cieca improvvisamente, Sasuke seguirà la sua amica, amante e maestra, con una devozione tale che lo porterà a scegliere di infliggersi la cecità.

Alla storia d’amore di Shunkin e Sasuke, segue quella delle due sorelle Oshizu e Oyusan, raccontata in una notte stellata sulle sponde del fiume Yodo. Una storia che vede le due sorelle unite dall’amore-affetto per un unico uomo che si divideranno fino a che la famiglia non metterà fine a questo triangolo erotico-sentimentale.

La fascinazione e la suggestione che i racconti di Tanizaki suscitano sono un’incomparabile magia, come solo i grandi scrittori sanno fare.

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I racconti sono disponibili nell’edizione:

Il ponte dei sogni, Bompiani, 2000, 6,71 €.

© kokeicha

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We like to partyyy © by pberryphotography

We like to partyyy © by pberryphotography

Di ritorno da una serata tra amiche al ristorante, all’uscita della metropolitana, qualcuno canta a squarciagola parole che man mano che avanzo si fanno sempre più nitide prendendo le sembianze di una lingua che ben conosco: la mia. Ho pensato che qualche turista italiana doveva aver fatto baldoria… Incuriosita dalla scena ho visto che la cantante per una sera era una ragazza sui venticinque anni, in minigonna, che camminando con passo deciso al fianco di un’amica cantantava con voce sicura e senza abbassare lo sguardo di fronte agli sguardi dei passanti: E non sai quanto bene ti ho dato e non sai quanto amore sprecato aspettando in silenzio che tu ti accorgessi di me. La cantava con lo stessa rabbia che ci metteva Irene Grandi, la cantava a qualcuno, raccontando la sua storia di quella sera, o forse la storia della sua vita. Raccontava del suo amore folle, incompreso, disperato…

E mi sono ricordata di quando ero io a cantare quelle stesse parole a qualcuno, in un tempo che sembra tanto lontano da questo. Quando ero disposta ad essere tutto, a prendere la forma della possibilità, quando credevo che desiderare l’amore per due sarebbe stato sufficiente. Di quella ragazza è rimasto poco. O almeno così mi sembra oggi. Oggi che sul mio viso affiggo un sorriso di cortesia per rimandare al mittente qualsiasi tentativo di approccio reale o immaginario, per non dovermi ritrovare a gridare alla luna queste parole che sembrano condannate a non sfiorare le orecchie alle quali sono destinate

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Ed ecco il video di Irene Grandi che interpreta Sono come tu mi vuoi